20 dicembre 2006

La Mazara Scomparsa

Questa sfortunata città, ormai da tempo, assiste attonita al degrado continuo dei suoi Beni Culturali ed Ambientali. Nessuno se ne preoccupa. Le Istituzioni deputate alla gestione ed al controllo sono latitanti. Le Associazioni Culturali sono impotenti di fronte all'indifferenza degli amministratori e qualunque grido di dolore si perde nel vuoto. Desidero sollecitare la vostra memoria proponendovi alcune immagini significative di questo fenomeno progressivo e forse inarrestabile.
I frati minori dell'Osservanza in Santa Maria di Gesù
Una veduta settecentesca (Da Zaccagni-Orlandini, Corografia, Firenze 1845/48). L'originale misura cm.19x28,5 ed è a corredo illustrativo dell'interessantissimo volume "Voyage pittoresque on descrption des Royammes de Naples" 1777-1784 

Voglio iniziare con questa stampa che dimostra come, da sempre, il patrimonio dei Beni Ambientali non è stato mai, come dovrebbe, un interesse primario per i governanti mazaresi, il cui precario corredo genetico li conduce a privilegiare il degrado e l'abbandono. La stampa del sec. XVIII mostra, a sinistra, il Convento di Santa Maria di Gesù, fondato nel 1455 dal cav. Enrico De Iuncta capitano e governatore della città ed affidato ai frati Minori Osservanti di San Francesco. Nella parte centrale domina la chiesa di San Francesco che, in antico, aveva due magnifici campanili. Questa documentazione mostra che il degrado è sempre esistito, che non è stato mai gestito saggiamente e che se un bene comune andava in rovina, anche allora, lo si lasciava al suo triste destino. Ai giorni nostri il campanile è rimasto solo, orfano del gemello. Il recente restauro di consolidamento (per i danni causati dal terremoto) è stato fatto in modo vergognoso. Non voglio addentrami nel commento del restauro dell'interno della chiesa perché occorrerebbe un blog a parte per definire lo scempio compiuto dai tecnici che l'hanno effettuato. 


La Platea Magna
(Vue d'une place publique et de la Cathedrale de la ville de MAZZARA. n. 74 Sicilie), Piano Maggiore, poi piazza Municipio, oggi piazza della Repubblica. Stampa tratta dal volume Voyage pittoresche di Richard di Saint- Non. (Viaggio nel Regno delle due Sicilie). Autore della stampa (acquaforte) fu il disegnatore e architetto francese Jean Louis Depreé (1743-1804)

E' la testimonianza della grande trasformazione urbanistica avvenuta tra il XVII e il XVIII sec. favorita dal mecenatismo di alcuni vescovi. Il primo intervento importante è quello della sistemazione della Cattedrale Normanna (essa dalla sua fondazione fino ai giorni nostri ha subito diversi restauri che ne hanno alterato la forma primitiva, i più importanti furono quelli ad opera del vescovo Montaperto del 1470 e quello di mons. La Cava del 1615. Nel 1659 ad opera di mons. G. Lozano, venne realizzato il nuovo campanile.)

Sul lato sinistro della stampa il sontuoso palazzo dei Chiaromonte, potente famiglia che fu padrona della città verso la fine del XIV sec. venne eretto da Federico Chiaromonte. Da esso deriva l'attuale Palazzo Vescovile che nasce dalla ristrutturazione dell'edificio nel XVI sec., contemporaneamente venne realizzato l'Arco (tocco) di mons. Impellizzeri (1654) che unisce l'episcopio alla Cattedrale, la via dell'Arco (il tocchetto), e la viuzza che fa comunicare la platea con l'odierna piazza Alberto Rizzo Marino. A destra il Seminario dei Chierici. Venne costruito in, successione temporale, da vari vescovi. Il primo seminario fu ubicato il 20/07/1579, nella chiesa di Sant'Egidio. Poi seguendo i dettami del Concilio di Trento (1545 - 1567, cioè che i seminari dovevano erigersi nei pressi delle cattedrali) nel 1583 mons. Bernardo Gasco lo trasferisce nel monastero di Santa Chiara (tra il palazzo vescovile e il convento di Santa Caterina). I suoi successori continuarono l'opera. La sede definitiva viene realizzata dal vescovo B. Castelli nel 1710. L'attuale aspetto si deve all'opera dell'architetto Giovanni Biagio Amico, su incarico del vescovo Giuseppe Stella (1742 - 1758). Sempre a destra della stampa s'innalza la Torre dell'Orologio, oggi accorpata al Seminario, (da essa deriva il toponimo della viuzza adiacente dové'è ubicato, attualmente, l'ingresso del Museo Diocesano). Di essa oggi rimane soltanto la parte bassa.

Nel 1771, al posto di un antico campanile della Cattedrale, derivato da un preesistente minareto, verrà collocata la prestigiosa statua del santo patrono San Vito, opera dell'illustre scultore palermitano Ignazio Marabitti (era stata commissionata nel 1766 da mons. Michele Sclavo assieme ai relativi: piedistallo, scalinata e cancellata di ferro attorno). Questo piano viene completato, mediante la realizzazione dell'odierna via XX Settembre, lungo la quale cominciano a sorgere alcuni palazzi patrizi.

Sotto il porticato del seminario, alla fine di esso, adiacente alla torre, vi è una piccola cappella con una immagine della SS. Vergine, portante in braccio il bambino Gesù, chiamata Madonna delle Campane (il 5 maggio 1587, precipitò, come già accennato, il campanile che era collocato dove oggi vi è la statua di San Vito, mons. Bernardo Gasco restaurò il campanile, vi collocò il gruppo del Conte Ruggero, oggi posto sulla facciata principale della Cattedrale, e nella parte bassa di esso fece realizzare una cappella, dove collocò l'immagine della Madonna delle Campane, poi spostata e sitemata nella sua sede attuale).

Alla fine del XVII sec. il Piano Maggiore viene messo in comunicazione con la marina mediante l'apertura della porta del SS.mo Salvatore, dirimpetto alla Cattedrale, iniziata da mons. Francesco Maria Graffeo e terminata da suo nipote rev. Ascenzio Graffeo nel 1696 e demolita nel 1873.


La rivolta in Sicilia
Il 12 gennaio 1848 a Palermo si verificarono i noti moti rivoluzionari.




La notizia arrivò a Mazara tre giorni dopo. Non si verificarono in città né pericolose audacie né prove d'eroismo. L'unica cosa che il popolo seppe fare fu sfogare l'odio contro la dinastia borbonica abbattendo tutti gli stemmi, distruggendo i casotti del dazio e l'assaltando la Pretura, allora ubicata nei locali dell'attuale Centro Polivalente ex Convento dei Gesuiti, dove venne distrutto, oltre ai mobili, quadri, suppellettili, un enorme patrimonio cartaceo in quanto era ivi allocata anche la fornitissima e ricca biblioteca dei Gesuiti (espulsi nel 1767). Non ci siamo distinti per atti d'eroismo ma per la solita ed insensata modestia di comportamenti.


L'Arco normanno di Mazara del Vallo, era la porta di accesso a forma di arco ogivale del castello fatto costruire da Ruggero I d'Altavilla, dopo la liberazione nel 1072 della città dalla dominazione araba. Venne demolito nel 1880 per la costruzione di un giardino pubblico, l'attuale villa Jolanda. L'Arco normanno domina l'antistante piazza Mokarta (così chiamata in onore del guerriero musulmano Mokarta, nipote del re di Tunisi che nel 1075 tentò la riconquista della città) ed è considerato il simbolo più significativo di Mazara. Nel castello soggiornarono oltre al Gran Conte Ruggero, anche Federico III di Aragona e la regina Eleonora d'Angiò nel 1318, nonché Pietro II di Sicilia, il re Martino I di Sicilia e per ultimo il re Alfonso II di Napoli nel 1495. Nel XVI secolo le sale e i sotterranei del castello vennero adibite a carcere e per tale motivo, i mazaresi dell'epoca, sconsiderati, non ci pensarono due volte ad abbatterlo dato che evocava loro brutti ricordi. Oggi (nel terzo millennio, nel 2014) si pensa di ricostruirlo, lo sostiene la dott.ssa Grazia Alfaggio, dirigente generale del Dipartimento Nazionale per il Recupero Beni Monumentali. Sembra ormai, infatti, in dirittura d'arrivo il progetto che prevede la ricostruzione del castello che per tanto tempo ha difeso la nostra città e di cui resta ormai solo l'arco. "Gli scavi effettuati negli anni ottanta ci hanno permesso di ricostruire, con assoluta precisione, l'andamento delle mura - afferma la dott.ssa Alfaggio - l'unica cosa che dobbiamo ancora perfezionare è il piano di recupero di alcune pietre che facevano parte del complesso. Sembra infatti che queste siano state utilizzate negli anni per sistemare parte del molo del porto canale. Una volta trovate dovranno essere catalogate e rimesse al loro posto, come un gigantesco puzzle".


Un dipinto raffigurante il castello


Planimetria presente nel vecchio catasto di Trapani, utilizzata in un lavoro per la tesi dell'arch. Vicio De Pasquale, pubblicato dalla rivista "Trapani" Rassegna mensile della provincia (Anno dodicesimo - VIII-IX, agosto - settembre 1967)

Planimetria della Mazara Normanna
Vicio De Pasquale

Planimetria della città



Viale Garibaldi
in seguito venne trasformato in "Villa Garibaldi"

1937 - Pina Linares, Pasquale Villani
In questa foto si nota la recinzione della Villa Jolanda e la presenza delle decorative "quartare"
(divenute ai nostri giorni motivo di polemica per l'eccessivo uso di ceramiche, come arredo urbano, ad opera dell'amministrazione Cristaldi


La carrozza ritratta è quella che il vescovo Salomone fece costruire nel XIX secolo. Nel 1937, in occasione delle grandi manovre il Re Vittorio Emanuele III venne nella nostra città, accompagnato dal figlio, principe Umberto. Furono solennemente accolti nella Basilica Cattedrale dal vescovo Salvatore Ballo, dal Capitolo e dal Presbiterio Diocesano e vennero prelevati con questa carrozza.

1964 - Cortile comune


1985 - Cortle medievale


Le pile del cortile
Ricordate le pile (vedi foto), quei bellissimi manufatti in pietra, nelle quali generazioni di abitanti del quartiere (che prendeva il nome da loro) Pilazza, hanno sciacquato i panni? Sono scomparse. Volatilizzate senza che nessuno se ne sia mai preoccupato. Erano il simbolo di quei luoghi, una meta obbligata dei turisti che visitavano quello che resta della casbah. La loro origine era controversa, alcuni sostenevano che fossero antichissime. Certamente erano un bene ambientale importante dal punto di vista storico che ci è stato tolto. E' rimasto a dimostrare la mutilazione, il pozzo, dal quale si attinge l'acqua, coperto perennemente da una rete per evitare che i bambini vi possano cadere. Non ho mai capito perchè mai nessuno ha imposto la realizzazione di una sicura copertura dello stesso.


Anche la pila di un'altra piazzetta del quartiere, certamente meno importante delle precedenti ma altrettanto significativa per la storia delle tradizioni popolari è stata divelta.


Curtigghiazzu

Il ponte sul fiume Arena
Questo ponte non è stato rubato, forse perchè sarebbe stato difficoltoso e poco redditizio farlo, ma è scomparso anche lui. E' stato sostituito da una struttura del Genio Militare, che doveva essere utilizzata per pochi mesi, invece vi rimase per parecchi anni. Infine oggi la Provincia ha realizzato da una struttura moderna e più imponente. Il vecchio ponte ci ha servito generosamente per tanti anni era giusto ricordarlo e conservarlo tra le nostre memorie. Non era bello, non era molto funzionale ma ci è stato utile.

1951 - Ponte sul fiume Arena


Anni 60


particolare

Anni Settanta
Il Ponte "provvisorio" costruito dal Genio Militare, che durò parecchi anni
Quando il vecchio ponte divenne pericolante, venne sostituito da questo, temporaneo, del Genio militare. Come al solito ci vollero svariati anni prima che la Provincia realizzasse quello attuale

Porto Canale
Rientro dalla pesca alle sarde - Nei primi del 1900


Stabilimento balneare - Anni Venti
Li "cammareddi" tutto costruito in legno su palafitte

La Chiatta
Sarebbe stato ingeneroso, in questa vetrina di beni perduti, non occuparsi della chiatta, il più pittoresco mezzo di locomozione della nostra città.
E' stata per anni regina indiscussa del fiume Mazaro. Da attendibili fonti orali ho appreso che venne costruita nella seconda metà dell'ottocento. Essa serviva per collegare le due sponde del fiume ed è stata per molti anni per gli abitanti del rione Transmazzaro, quelli di addrabbanna la chiatta, un ponte mobile di grande utilità che consentiva di bypassare gli altri lunghi percorsi alternativi. Realizzata con lo stesso legno usato per le imbarcazioni, al suo interno aveva delle camere d'aria che ne consentivano un sicuro galleggiamento e una spedita navigazione. Essendo sprovvista di un motore, per la traversata, era necessario tirare una robusta fune le cui estremità erano fissate a due strutture collocate ad hoc e stabilmente fissate a terra nelle due sponde. Sulla fiancata anteriore e posteriore erano collocati due grossi copertoni che consentivano d'attutire l'urto nella fase d'attracco. Nel tempo diversi sono stati i suoi proprietari. Il primo di cui si ha notizia fu Nino Mangiaracina (1890). Nel 1908 l'acquistò Ciccio "tornabene" al secolo Francesco Seidita, che la cedette ad Antonino Piazza, il quale trasferì poi la proprietà al figlio Giuseppe. Da questi la rilevò Vito Catalano. In seguito fu venduta a Michele Bua, d'origine marsalese. Per la traversata bisognava pagare un modesto pedaggio (la prima tariffa nota fu di due soldi). Mi è stato raccontato un aneddoto, a tal riguardo,; durante la Grandi Manovre Navali, del 14/08/1937, giunse in visita ufficiale nella nostra città, il Re d'Italia, il quale durante l'ispezione al porto canale, vedendo la zattera, volle attraversare il fiume. Vedendo pagare come un comune viaggiatore, ebbe dal conducente la seguente risposta: "Maestà, lassati iri, ni passanu tanti macabunni...".


Vittorio Emanuele III, si dirige in macchina a Castelvetrano, dopo aver effettuato una visita ufficiale in Cattedrale, presenti il sindaco Pino Hopps.

Ricordo, essendo stato un giornaliero fruitore della chiatta, alcuni capitomboli compiuti da persone ritardatarie che, mentre la zattera prendeva il largo, in un estremo tentativo di non perdere la corsa, tentavano di battere il record di salto in lungo, finivano in acqua e finivano per fare un bagno non previsto. Nel periodo nel quale si pagava il pedaggio il passeggero non era obbligato a tirare la fune, ma a volte per l'eccessivo numero di trasportati o per le avverse condizioni atmosferiche il gestore era costretto a chiedere la collaborazione. Uno degli ultimi che si occupò della zattera fu, Vitu la morti al secolo Vito Tumbiolo, così chiamato allo scoppio di una bomba, rimanendo mutilato di un braccio. Con lui il traghettamento divenne gratuito e per il suo sostentamento chiedeva, ai marinai delle piccole imbarcazioni, un contributo in natura, rappresentato da una modesta quantità di pesce, che spesso rivendeva. Durante le ore diurne il traffico era generalmente continuo , mentre durante quelle notturne, bisognava essere fortunati e trovare la zattera ormeggiata nella sponda giusta, altrimenti o si aspettava a lungo o spesso bisognava desistere e prendere la strada per il ponte. A volte dato che il porto canale dava riparo alle imbarcazioni, si verificava che qualche peschereccio in transito, dovendo attraversare ed essendo la chiatta d'ostacolo, costringeva i passeggeri a buttare a mare la fune che veniva poi ripescata con un bastone con un gancio, dopo il passaggio della barca. Una volta ricordo che, essendo un giovane medico del Pronto Soccorso dell'ospedale Abele Ajello, mi capitò di assistere, quasi contemporaneamente, trentadue bambini che erano finiti in acqua. Accadde che, mentre traghettavano, un'imbarcazione, la "Graziella Manciaracina" , al ritorno d'una battuta di pesca, a causa di un guasto all'apparato frenante, entrò a tutta velocità (oltre dieci nodi) nel canale urtando anche sui lati altri natanti procurando loro seri danni, infine speronò con inaudita violenza la chiatta creando un pandemonio.

Alcune delle piccole vittime del tragico incidente del 30 aprile 1971 tratte dal Giornale di Sicilia dell'epoca

Tutto finì fortunatamente senza conseguenze, poiché, con il tempestivo intervento degli adulti presenti nella piazza del Mercato del pesce, s'impedì che si consumasse una tragedia. Di tanto in tanto, a causa di danni da usura o per danneggiamenti dovuti al maltempo o al marrobbio (1930), la chiatta veniva tirata a riva, nei cantieri navali, per le riparazioni del caso ed allora un personaggio caratteristico lu 'zu Petru Ciarantonio, alias Pietro Giacalone, si trasformava in novello Caronte e pensava lui a traghettare le persone con la sua variopinta barchetta. Negli anni settanta, col diffondersi dei mezzi di locomozione, la zattera perse molto della sua importanza e fu utilizzata sempre meno. L'ultima volta che che rimase ferma per riparazioni, fu abbandonata e fatta ingenerosamente marcire.

Il ponte sul fiume Mazaro

Anni Trenta
Fotocopia di un'immagine del Ponte in costruzione



1933


Un'opera imponente, un tipico esempio dell'edilizia del ventennio fascita.

Anni Quaranta


Anni Sessanta
Il ponte sul fiume Mazzaro fu realizzato grazie all'interessamento dell'on. Nicolò Tortorici, eletto nelle liste del Partito Socialista Riformista Italiano nella XXIV Legislatura (1913/1919). Egli, assunto l'incarico di sottosegretario di Stato per la Marina, ne propose la costruzione. A lui è stata dedicata una via cittadina. 

28 ottobre 1928 - Anno VII
Il cav. Ferranti durante la cerimonia d'inaugurazione taglia il nastro. 
Si distinguono il vescovo mons. Nicolò Maria Audino, alla sua destra il vicario generale don Giuseppe Accardi ed il progettista ing. Francesco Pisciotta, di Castelvetrano. La gara d'appalto per la costruzione del ponte fu vinta dalla ditta Anonima Cementi Armati, dell'ing. Assereto di Genova. La struttura consentì un notevole miglioramento del transito e del collegamento della vecchia città con il nuovo quartiere del Tranmazzaro, che si andava espandendo a macchia d'olio. Consentì anche i collegamenti con la nuova e bella (allora!) spiaggia di Tonnarella. A questa struttura, allora uno dei simboli della città, si legano tanti ricordi di generazioni diverse di mazaresi. Fu realizzata con criteri moderni (per l'epoca) e soprattutto con molta serietà professionale, rispettando il capitolato d'appalto fin nei minimi particolari. Un tempo le cose si progettavano per durare, il consumismo sfrenato e le varie tendenze speculative erano ancora in itinere. Le due arcate pur essendo solidali tra di loro non lo erano con la possente base e le loro estremità si adagiavano su delle superfici d'appoggio convesse consentendo alle arcate stesse di oscillare, durante le continue variazioni di temperatura, senza creare problema alcuno. Nella metà degli anni sessanta fu deciso, assurdamente, di demolirlo, ritenendolo erroneamente insicuro. Le possenti arcate (che potevano benissimo essere restaurate) mostravano superficiali lesioni, create da infiltrazioni d'acqua che avevano fatto ossidare qualche barra di ferro della sua struttura in cemento armato, e di tanto in tanto cadeva qualche pezzetto di cemento, staccatosi, sull'asfalto, per il resto era immacolato. I tecnici incaricati della perizia e della conseguente cervellotica decisione, fecero una magra figura, infatti, le loro previsioni si rivelarono inesatte e ci vollero molti più soldi del previsto per la sua demolizione che per la realizzazione dell'attuale misera struttura, già instabile e cedevole. Il caro vecchio "pachiderma" non ne voleva sapere di abdicare e vendette cara la sua pelle. Noi abbiamo assistito impotenti ed increduli al suo lento calvario e una indescrivibile rabbia ci pervadeva, non avremmo voluto veder soccombere un vecchio e sicuro “amico”, per molti di noi è stata una vera ed ingiusta esecuzione. Quando furono rimosse con immane fatica, anche per la modestia dei mezzi meccanici di allora, le ultime macerie, per noi furono giorni di tristezza e di rimpianto. La perversa logica demolitiva e non conservativa (come sarebbe stato opportuno) che ha guidato i poco lungimiranti amministratori della nostra città commise l'ennesimo scempio impunito e cominciò ad intravedersi l'incubo della speculazione politica, finalizzata a interessi personali e non collettivi. Tangentopoli era in embrione! 

1965
Per consentire la continuità del passaggio, prima della sua definitiva demolizione, il Genio militare collocò, due ponti removibili permettendo i due sensi di marcia. Questo è quello che consentiva l'arrivo al rione Transmazzaro, l'altro più a valle ne facilitava l'uscita 

Chiostro del Collegio dei Gesuiti
La vasca rimossa dell'atrio dell'ex convento dei Gesuiti
(oggi Centro Polivalente di Cultura)

Villa Garibaldi
Dov'è finito il pozzo?

Anni Trenta/Quaranta

La fontana era costituita da una vasca ottagonale in marmo nella quale, gli agricoltori del quartiere, nei primi decenni del 900, portavano a dissetare i loro animali, cavalli, asini e muli. Per evitare questa poco igienica abitudine l’amministrazione comunale del tempo deliberò la costruzione di sei colonne di marmo attorno alla vasca, collegate da tubi di ferro, rendendo così impossibile agli animali l’approccio all’acqua. Negli anni cinquanta fu involontaria causa di una tragedia, un bambino di nome Angelo, figlio di un noto sarto della città Merenda (e nipote di una guardia municipale in pensione Angelo Bendici) vi cadde dentro e vi annegò. Intorno agli anni 60 fu smantellata per consentire la costruzione di uffici e sale d’attesa per i viaggiatori degli autobus che facevano sosta in questa piazza, inoltre il sig. Giglio aprì sull'altro lato un distributore di benzina, sino agli anni duemila. In seguito all'annegamento accidentale del bambino, il cui corpo fu recuperato dallo stesso nonno, che per ironia della sorte fu chiamato da una bimba che segnalava la presenza di un bambino in acqua, esattamente nella cisterna sottostante che alimentava la vasca, negli anni 50 (52/53), venne realizzata la sottostante statua, si dice a ricordo di questo triste evento e per onorare il bimbo. L'anno successivo la fontana venne rimossa per far posto ad un orrendo diatributore di benzina e una altrettanto invadente e inutile stazione di servizio per le compagnie del sevizio Autobus di Linea. Non abbiamo una documentazione scritta o fotografica che lo dimostri. tutto è affidato alla buona memoria di alcuni cittadini. (Una curiosità, la macchina della foto è la Citroen del dott. Giammarinaro, medico chirurgo)

Questa composizione in cemento, si dice trovasi in una villetta di un noto professionista a Costiera. 

Sul carro il prof. Giovanni Barbera (Disegno) e il prof. Salvatore Di Liberti (disegno). Il dito puntato con il dito puntato sta ad indicare l'autore, che era uno dei 15 figli di un falegname (14 maschi e una femmina), per cui si appassionò all'arte di lavorare il legno e divenne scultore e poi anche pittore). La casa che si intravede sulla sinistra era di don Vito Bonafede, allevatore di ovini. In seguito vi allocò la sua Farma-Sanitaria il sig. Giocondo Lenzi, in seguito fu ceduta, dagli eredi, per realizzare i locali della Banca del Sud. Forse questa foto immortala il momento di trasporto per la collocazione del gruppo.

Un'altra immagine

Schizzo di Nicolò Burzotta per segnalarci come lui ricorda la fontana


La paparedda
Vi ricordate il commercio dell'uva Zibibbo proveniente da Pantelleria e i mezzi di trasporto usati?

La motrice denominata "Carrello Badoni" poteva trainare al massimo tre vagoni, trasportava l'uva o anche il pesce in vagoni refrigerati, alla "Piccola" (una stazione merci adiacente alla stazione centrale, oggi sede del parcheggio per auto. I vagoni carichi delle varie merci venivano agganciati ai treni diretti in tutto il continente. Un esemplare è ancora conservato nel piazzale interno delle Cantine Florio di Marsala. Andava a gasolio. Veniva erroneamente chiamata "paparedda" perchè cosi era denominata la precedente vettura usata prima, che era alimentata a carbone, ed essa ne raccolse l'eredità anche nel nome (in questo caso improprio). Il percorso seguito su rotaie era dal piazzale G.B. Quinci alla stazione merci "La piccola". I vagoni vuoti venivano parcheggiati nei pressi della "Campagnedda"spazio prima dell'Hopps Hotel, dove da ragazzi ci si giocava come fosse un giardino pubblico sino agli anni sessanta e quei vagoni potrebberro raccontare tante avventure vissute dalla gioventù dell'epoca.



La paparedda era simile a questa che vi mostro a mò d'esempio

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