27 settembre 2006

Giattino

La Rotonda di Villa Jolanda
Era un palco in muratura ubicato al centro della villa comunale dove si esibiva la Banda Municipale. Per noi bambini rappresentava una palestra dove ci esibivamo in interminabili capriole, rincorse, scivoloni, praticamente costituiva una alternativa ad un moderno parco giochi. Raggiunse il massimo splendore negli anni quaranta, quando un pubblico sempre numeroso si riuniva attorno ad essa per ascoltare, immobile e silenzioso, le melodie musicali. Istituzione importante, per quei tempi, era per alcuni l'unica occasione per ascoltare della buona musica. Il direttore d'orchestra, il maestro Antonucci, non era mazarese, ma essendo un ottimo musicologo l'Amministrazione Comunale lo contattò e lo assunse per dirigere la banda civica che divenne famosa non solo in città ma, anche, fuori dai confini provinciali. Venivano eseguite, nel periodo che andava da maggio ad agosto, marce trionfali, pezzi d'opera lirica, musiche d'operetta, pezzi di musica leggera e di musica classica, ce n'era per tutti i gusti. D'inverno i concerti si tennero, per un certo tempo, nel piccolo teatro Garibaldi. In seguito il teatro trascurato e in rovina divenne semplicemente il luogo per le prove e per il deposito degli strumenti della banda. Ricordo che, negli anni sessanta, il comune ci concesse di fare le prove di una commedia che dovevano eseguire per la festa dei maturandi del Liceo Classico, e trovammo in uno stato pietoso e sommersi dalla polvere, in un angolo del teatro, alcuni strumenti musicali inservibili, impietosamente abbandonati.

Tra i musicanti più' bravi, alcuni anziani, ricordano un certo Buffa, ottimo suonatore di trombone, alla cornetta Marino e alla tromba Francesco Giattino.

Giattino
Questi fu un personaggio unico nel suo genere, sarto di professione, gli piaceva poco il lavoro ed amava la vita allegra e spensierata. Era stato apprendista sarto in quel di Torino per cui si atteggiava a stilista, oggi si sentirebbe un novello Valentino. Esile e snello, da giovane, sfilava elegante per le vie cittadine con il suo ciuffo rosso al vento, con gli abiti da lui creati. Vistoso fazzoletto nel taschino della giacca abnormemente lunga, con maniche corte e spacchi plurimi, gilet scollatissimo, foulard intonato col colore dei capelli lunghi e arruffati o grande farfalla colorata, abito attillato, piega dei pantaloni sempre perfetta e scarpe bicolori, bianco-marrone. Apprese molto dagli insegnamenti del maestro Antonucci (lu barisi, come lo chiamava lui) ma non lo ripagò più di tanto. Proverbiale il suo dolce far niente, gli piaceva dormire ed alzarsi tardi, quindi spesso non partecipava alle prove o vi arrivava in ritardo. Suonava indifferentemente il trombone cantabile, il bombardino oppure la tromba. Suonava pure gli strumenti a corda. Bastava che dava una sbirciatina allo spartito ed era in grado di eseguire il tutto a memoria. Quando era in vena di stramberie, aveva il vezzo di allungare una semiminima in una semibreve o di interpetrazioni cervellotiche, facendo imbestialire il direttore d'orchestra, che doveva interrompere le prove e ricominciare. Gli strumenti musicali, a quei tempi, erano forniti, ai musicanti, dal Comune che ne era, pertanto, il proprietario. Un giorno di prove, alla vigilia d'una prima, come al solito, lo svagato e ritardatario Giattino viene così ripreso dal maestro: Giattino, o soni o posi la trumma... Questa frase divenne famosa in città e venne usata nel linguaggio comune per rimproverare li lagnusi in genere. Un'altra volta, per poco, non fu linciato dai musicofili mazaresi presenti a Villa Margherita di Trapani, tempio della musica provinciale, dove si svolgeva una gara tra bande musicali. Si doveva eseguire la Gazza Ladra di Rossini, ad un certo punto lo spartito presentava un segno di corona che, com'è noto, nel linguaggio musicale, il solista ha facoltà di tenere la nota coronata il più a lungo possibile, in un grazioso crescendo. Cosa t'inventa Giattino? Nel finire l'allungo, aggiunge una secca biscroma punteggiata, rovinando un mese di prove, mentre la giuria azzerava impietosamente, il nome della città di Mazara. Era un eclettico degli ottoni, un virtuoso del pentagramma, era un grande sognatore e un buon compositore ed amava molto la musica di Giuseppe Verdi, ma era imprevedibile e talvolta aveva momenti di pura schizofrenia musicale.

Il maestro in un momento di ispirazione. Rivede i suoi appunti

Al Crystal ospite d'onore durante una serata della Festa della Matricola nel 1967
Peppone Quinci, Nicola Noce, Giancarlo Russo, Giovanni Castiglione, Marcello Giardina , Ingargiola

Anziano, spesso si accompagnava con altri artisti di strada, modesti ma innamorati come lui della musica, (ricordo che qualcuno li chiamava li urviceddri, forse a causa della debolezza dello loro vista, credo portassero occhiali spessi) si riunivano in piazza Chinea con chitarre e mandolini e suonavano per la delizia dei passanti, senza badare al tempo, spesso facevano sera. Prediligevano la musica folcloristica siciliana e la canzone napoletana. Eseguivano serenate, su incarico dell'innamorato di turno, un cavallo di battaglia del maestro era la Serenata di Silvestri. Erano ingaggiati anche per accompagnare gli sposi lungo la strada che conduceva dalla chiesa alla loro casa (la beddra livata) e per allietare le serate nei "corredi esposti". Questa usanza, tipica della nostra città, consisteva nel mostrare agli invitati il corredo che i genitori davano in dote alla futura sposa. Normalmente esso si articolava in tre serate durante le quali gl'invitati portavano i regali in casa della sposa e venivano rifocillati ed allietati dalla musica. Si ballava, si mangiava la tipica rianata e veniva offerto l'immancabilescagghiu (calia e simenza) e a volte taralli e tetù. Cose d'altri tempi, momenti irripetibili, difficili da descrivere ai giovani d'oggi, ma quanto romanticismo allora!. I corredi e le feste di matrimonio erano tra le pochissime occasioni per incontrare le ragazze, guardate a vista dai familiari. Ricordo che alcune addirittura, prima di accettare l'invito a ballare, guardavano il proprio genitore che con un cenno della testa dava l'assenso o il diniego. Noi ragazzi facevamo a gara per partecipare a quelle serate (c'erano coloro che s'incaricavano di andare nelle chiese per consultare le pubblicazioni sulla bacheca e comunicare agli altri i prossimi sposalizi, che significavano nuovi corredi nuove feste di matrimonio e quindi ulteriori occasioni d'incontrare le ragazze). Spesso non eravamo neanche invitati, e poiché stava diventando una prassi partecipare anche senza invito, uno dei parenti della sposa, quello più "furbo", il bastoniere, quando si accorgeva della presenza di intrusi, prima di dare inizio al ballo, pronunciava la frase, allora famosa, "cu avi li ferri abballa cu unn'avi si ''nni po ghiri", che era un chiaro invito per i clandestini a dileguarsi. Ogni tanto qualcuno più intraprendente, per dimostrare di essere invitato (pur non essendolo) entrando nella stanza del corredo, puntava dritto a salutare i parenti della sposa, che ignari, anche se non lo conoscevano, pensando che si trattasse di un invitato della famiglia dello sposo, ricambiavano il saluto, invitavano il nuovo arrivato ad accomodarsi e spesso l'accompagnavano al buffet. Alcuni erano diventati dei professionisti dello sbafismo. Ritorniamo al nostro maestro Giattino. Durante il Carnevale era solito salire e sfilare sui carri. Con la sua inventiva e la grande fantasia riusciva a coinvolgere la folla al canto e al ballo, riscendo sempre a creare un'atmosfera gioiosa ed ottenendo una grande partecipazione. Non abbandonò mai la musica, visse e si nutrì di essa, la sua grande passione lo portò a cambiare strumento allorché, avanti con gli anni, edentule e a ormai corto di fiato, non potendo suonare gli ottoni, passò prima al violino e poi, fino alla fine dei suoi giorni, al mandolino.

Nacque il 18 novembre del 1899 e morì il 25 ottobre del 1977, abitò in via San Francesco 52. Gli ultimi mesi della sua vita, ormai malato e stanco, li trascorse in Ospedale e io, allora medico del nosocomio mazarese, lo vidi spesso dopo le ripetute dimissioni, seduto sul retro del Pronto Soccorso, nei locali antistanti le cucine, consumare un pasto caldo che generosamente gli addetti ai lavori gli fornivano, dato che rimasto solo nessuno si occupava di lui. Una mattina lo trovarono moribondo all'addiaccio, steso sul marciapiede (divenuta la sua casa), un fagotto di cenci (il suo patrimonio) ed un mandolino legato alle spalle (la sua famiglia). 


Opera pittorica dedicata al maestro, da Leonardo Gancitano

26 settembre 2006

Tommaso Lipari

Conosciuto da tutti come l'Omu Cani (l'Uomo cane), perchè visse come un randagio raccogliendo e cibandosi di rifiuti.








Personaggio enigmatico, sulla cui vita molti, tra i quali Edoardo Romeo, hanno fantasticato tanto da pensare che potesse essere, addirittura, il grande fisico catanese scomparso misteriosamente, negli anni trenta, Ettore Majorana (25/03/1938). Perfino Leonardo Sciascia, grande estimatore dello scienziato catanese, venne nella nostra città per cercare indizi sulla misteriosa vicenda, ma se andò profondamente deluso per la mancanza assoluta di prove. Tommaso visse in religioso silenzio il suo dramma umano, senza mai disturbare nessuno e senza mai chiedere. Andò via da questo mondo il 09 luglio 1973, in punta di piedi per come era vissuto, lasciando un vuoto in quanti lo guardavano con affetto, lo stimavano, e ne rispettavano la difficile scelta di vita.




Di lui anche Enzo Gancitano ha detto: 
l’uomo cane della città del vento e del fiume indemoniato, dimorava nella stagione del freddo e della pioggia sotto i portici del seminario, accanto all’immagine della Madonna delle Campane e, nei mesi dell’afa e dello scirocco, ai piedi della statua di San Vito nel Piano Maggiore. Accettava la protezione dei santi, ma rifiutava il cibo dai cittadini, mossi da umanità e carità antica. “Le ho chiesto qualcosa?” obiettava in tono pacato. Ma gli stessi alimenti appoggiati ed abbandonati sul suolo erano, poi, recuperati quando nessuno poteva scorgere la sua mano allungarsi. Si nutriva degli avanzi ripudiati, non della carità non richiesta. Libero. Voleva essere svincolato anche dall’atto formale del ringraziamento. Sciolto, non prigioniero della carità altrui. Ma i fanciulli con la loro purezza di bimbi, avevano accesso in quell’armatura di protezione che era la dignità, l’orgoglio nella povertà e della libertà totale. Nella villa comunale, sembrava assorto nei suoi lontani pensieri, tuttavia osservava le verbene striscianti che mordevano il sole, con i petali, nella stagione dell’Elio raggiante, che riflettevano la luce sfavillante, come il lucore, lasciato dalla lumaca nel suo lento avanzare. E al calare della sera e dell’oscurità, non si accorgeva o non si turbava delle blatte che uscivano dalle tane umide ed affollate a pretendere il tempo del ristoro. Le sue apparizioni al fiume Mazaro, nei pressi di Miragliano o al fiume Delia, nascosto dai verdi canneti, motivavano, probabilmente, la sua purificazione corporea. L’uomo-cane, chiunque fosse stato, Tommaso Lipari o Ettore Maiorana, cicatrice sulla mano o meno, cercava solitudine, libertà nella solitudine, oblio dei pensieri, non abbastanza lontani nel tempo, non ancora sommersi nella non vita. Pace, aspirava alla pace, al silenzio dell’annullamento. Il suo segreto, il suo mistero, in tanti decenni, non ha voluto svelarlo. Perché cercarlo con ossessione ?


Edoardo Romeo

Su Tommaso Lipari è stato scritto un libro da Ignazio Bascone, ingegnere mazarese che vive a Nichelino (TO): Tommaso l'omu Cani, da cui è stato tratto il tema per un film (11 agosto 2008)

Giorgio Li Bassi (attore palermitano che impersonò Tommaso), Ignazio Bascone


Molte son state le dediche letterarie e poetiche a questo amato personaggio che ha lasciato un traccia indelebile nel nostro vissuto cittadino. Vi riporto quella di Baldo Giacalone

A ricordo di un uomo che visse la sua esistenze silente, lasciando come testamento la sua umiltà, carità e generosità: 

L’uomo che visse nel tempo.
La trapassata figura del vecchio caro barbone,
mi stuzzica la memoria
e mi viene per il cuor un gentil verso.
Né un nome aveva, né si sapeva la provenienza.
La gente lo chiamava
" Uomo solitario".

Fissa dimora aveva fatto, sotto i portici del seminario,
per casa aveva scelto la più bella piazza del borgo.
Così visse nel tempo e nello spazio
l’uomo solitario.
Ronzava per i vicoli alla ricerca di un tozzo di pane,
nulla chiedeva e nulla accettava.
Seduto, sta sulla scalinata della chiesa S. Salvatore,
e fissa lo sguardo all’orizzonte mare,
a rimembrare i ricordi del tempo passato,
il cuor si chiude nel fitto silenzio.
Visse per tanti anni sotto le stelle,
e volarono tante albe e tramonti,
con amor portava il suo fardello.
Un dì,
mi chiese davanti alla bottega una scatola di cartone,
e per la prima volta che udii la voce,
non suonò in lingua,
di certo non era della trinacria terra.
Mi disse: "Grazie".
Mi guardò e un semplice
sorriso sfiorò le sue labbra,
è il ricordo che mi porto appresso.
Lo lasciai con una barba folta
oscurata dal colore giallo della nicotina,
un cappotto logoro dal tempo,
e due bisacce piene di ricordi
e tanta voglia di scontare le sue pene.
Morì sotto i portici,
sulla sua tomba nessun nome,
nel mio cuor resterà quel semplice sorriso
di quell’uomo che visse nel tempo.


Curiosità: Un famoso bar di corso Umberto I, a causa di una contingente difficoltà a reperire monetine, realizzò per uso privato (limitato al consumo nella propria attività) una falsa moneta con l'immagine di Tommaso, traendone un buon profitto perchè molti, la conservarono e quindi non circolò per molto, ma il bar ci guadagnò



25 settembre 2006

Francesco Catania


Un personaggio sui generis, una figura possente, apprezzato da pochi e denigrato da molti, come capita ai personaggi veri, la sua attività principale fu il commercio del vino. Appassionato d'arte e fotografo dilettante, ma valente. Tra le tante doti che lo fecero distinguere la più importante fu, senza alcun dubbio, la sua opera di promozione culturale e il suo illuminato mecenatismo. Fu il talent scout, come si direbbe oggi, di Pietro Consagra e di Giuseppe Boscarino, che grazie a lui poterono esprimere il loro talento ed affermarsi nel mondo dell'Arte.

21 settembre 2006

Francesco Giacalone

Ciccio Corridore
Tra i tanti personaggi che abbiamo avuto la fortuna di conoscere, non possiamo fare a meno di ricordare, nella nostra allegra galleria, Ciccio Corridore, al secolo Francesco Giacalone il quale era geneticamente corredato di una verve comica che metteva in atto in tutte le occasioni possibili della sua vita, riuscendo a creare un'atmosfera di spensieratezza che lo rendeva molto "ricercato" nelle feste degli amici e dei conoscenti. Indimenticabile clown, che non aveva nulla da invidiare ai professionisti di questa nobile arte, riusciva ogni anno a vivacizzare il Carnevale cittadino con le sue macchiette che di volta in volta allestiva. Realizzava sia i bellissimi costumi, che non erano mai ripetitivi e che uscivano dalla sua fervida fantasia, sia nella sceneggiatura ideata sempre da lui, che rivelava la sua grande predisposizione alla comicità spontanea, briosa, fresca, esuberante. Se avesse avuto il coraggio di lasciare il suo lavoro di artigiano per dedicarsi al professionismo artistico, credo, avrebbe avuto molte possibilità di affermarsi.

Lo ricordiamo con due foto che un caro amico (S.G.) ci ha fornito.


In questa foto è assieme ad un suo amico. Infatti, spesso, per poter realizzare le sue scenette aveva bisogno di una classica spalla e per questo coinvolgeva conoscenti che potevano servire allo scopo.

20 settembre 2006

Giovanni Alagna

Lu zu Vanni
Autodidatta, suonava la fisarmonica ad orecchio, ma era un grande intrattenitore 

Michele Russo

Michele Russo, noto ai più come Michiluzzu, non era nato a Mazara ma visse a lungo nella nostra città. Fu un personaggio sui generis, nano di statura ma gigante d'animo. Io ebbi modo di conoscerlo, di frequentarlo e di apprezzarne le grandi doti umane. Grande tifoso del Mazara e molto amico dei bambini con cui amava intrattenersi sfoggiando le sue qualità innate di clown. Ogni tanto era preso da una forma di depressione che lo portava a bere e in quei momenti perdeva tutta la sua verve. Un bel giorno andò via per unirsi ad una carovana di un Circo equestre e non fece più ritorno
1947 - Michele Russo (Michiluzzu)
Gesù Messina, Michiluzzu, Ciccio Pizzo


Qui con un gruppo di ragazzi