Dalla sua costituzione ad opera del conte Ruggiero e della bolla di Urbano II del 10/10/1098, il territorio della Diocesi, fra i più vasti dell'isola, era rimasto pressoché immutato per circa ottocento anni, allorché a tre lustri circa dall'Unità, aveva subito un doppio smembramento. Con la bolla In Suprema militantis Ecclesiae, di Gregorio XVI, del 20/5/1844, nell'ambito di una complessa ristrutturazione, erano stati aggregati all'arcidiocesi di Monreale nove comuni o terre viciniori (Balestrate, Borgetto, Capaci, Carini, Cinisi, Partinico, Terrasini, Torretta e Valguarnera Regalì). Di lì a poco, la bolla Ut Animarum Pastores, del 31/5/, erigendo la diocesi di Trapani, le aveva assegnato i comuni di Monte San Giuliano, Paceco, San Lorenzo, Favignana (con Levanzo e Marettimo) e Pantelleria. Al momento dell'Unità d'Italia la diocesi mazarese comprendeva 14 comuni: oltre a Mazara, Alcamo, Calatafimi, Campobello, Castellammare, Castelvetrano, Gibellina, Marsala, Partanna, Poggioreale, Salaparuta, Salemi, Santa Ninfa, e Vita. I nuovi confini rimarranno immutati fino al 1950.
L’abate Rocco Pirri (Noto 1577 - Palermo 1651) è considerato il padre della storia ecclesiastica siciliana. A lui si deve l’immortale opera intitolata “Sicilia sacra”, che è la fonte più prestigiosa per la storia delle Chiese dell’Isola e alla quale si ispirò il celebre Ughellino nella sua opera “Italia sacra”. L’opera, pubblicata in Palermo nel 1644 in seconda edizione, con alcune correzioni e l’aggiunta di una ampia cronologia dei re di Sicilia, è divisa in quattro libri: il primo contiene le notizie storiche relative alle tre Chiese metropolitane di Palermo, Messina e Monreale; il secondo dà le notizie relative ai tredici vescovadi estinti; il terzo raccoglie le notizie storiche dei vescovadi vigenti: Catania, Siracusa, Agrigento, Patti, Cefalù, Mazara, Malta, Lipari. Il quarto libro, suddiviso in quattro parti doveva contenere le notizie relative alle abbazie e priorati degli ordini monastici allora esistenti in Sicilia (Basiliani, Benedettini, Cirstercensi ed Agostiniani), ma rimase incompleto. I libri, già esistenti, furono continuati ed aggiornati dal can. Antonino Mongitore, noto storico palermitano del sec. XVII, e dal benedettino cassinese Vito M. Amico da Catania. Morto il Mongitore, nel 1761 si formò a Palermo una società di scelti letterati siciliani con lo scopo di correggere e continuare la “Sicilia sacra”. Si deve all’Angelini (canonico della Cappella Palatina e responsabile della Biblioteca comunale di Palermo) se si riuscì in quel tempo a cointeressare vari studiosi siciliani e a raccogliere i loro manoscritti sulle Chiese locali della Sicilia, che oggi costituiscono un vero patrimonio, conservato gelosamente nella biblioteca palermitana. Sulla Chiesa di Mazara le notizie furono fornite da Giacomo Gerardi, professore di Teologia Dommatica e Morale nel Seminario vescovile e primo segretario dell’Accademia Selinuntina. Si tratta di una relazione del 1779, dove sono raccolte notizie sui canonicati e le prebende della Cattedrale, sui vescovi e sul Seminario rispetto al secolo XVIII. Il manoscritto, conservato nella biblioteca ai segni Qq H 123 n. 2, è stato pubblicato da Mr. Boglino in “La Sicilia sacra” (I pp. 271-274, 297-300), con il titolo “Notizie sopra la Chiesa di Mazara”. Relativamente ai vescovi di Mazara, nel libro III (not. VI) della “Sicilia sacra” del Pirri furono date notizie riguardanti i primi vescovi, da Stefano Ferro di Rouen, cugino del conte Ruggero, al cardinale Domenico Spinola (1636); il Mongitore completò le notizie sui vescovi da Spinola a Bartolomeo Castelli (1695-1730). Il Gerardi diede brevi cenni bibliografici sui vescovi Alessandro Caputo, Giuseppe Stella, Girolamo Palermo e Michele Scavo. Bartolomeo Castelli, arcidiacono, nel 1900 pubblicò in “La Sicilia sacra” notizie più diffuse sui vescovi Caputo (II pp. 256-263), Stella (pp. 462-472) e Palermo (III, p. 33-36); mentre G. B. Quinci pubblicò sulla stessa rivista storica, nell’anno 1904, notizie sul vescovo Scavo (1766-1771). Monografie sui vescovi Ugo Papé (1772-1791) e Bartolomeo Castelli (1675-1730) sono state pubblicate dal Sac. Pietro Pisciotta negli Annali del Liceo Classico “G.G. Adria” rispettivamente nei volumi V e VII della serie; mentre un profilo storico del vescovo Costantino Trapani (1977-1987) venne steso dallo stesso nella raccolta di testimonianze “Ignem Veni Mittere”, edito a cura dell’Accademia Selinuntina. Notizie sui vescovi di Mazara sino al 72° della serie, Gaetano Quattrocchi (1900-03), sono ampiamente riscontrabili nell’opera del Quinci “Fonti e notizie storiche sul Seminario”, edita nel 1937 dalla scuola tipografica “Boccone del Povero” di Palermo; mentre sui vescovi Nicolò Audino (1903-33) e Salvatore Ballo (1933-49) le notizie sono riscontrabili nel saggio “Cinquant’anni di storia del Seminario di Mazara” di Pietro Pisciotta negli Annali del Liceo (Vol. VI). Una biografia esiste inoltre sul Vescovo Nicolò Audino ad opera di Mons. Gaspare Aiello, edita dalla tipografia “Boccone del Povero” di Palermo. Alberto Rizzo Marino nel 1980 ha curato il catalogo completo dei vescovi di Mazara nella sua opera “La Cattedrale e i vescovi di Mazara del Vallo” edita dalla Accademia Selinuntina di Scienze Lettere ed Arti. L’Istituto di Storia per la Chiesa mazarese in questo ultimo decennio 1983-1993 ha curato, ad opera di Gaetano Nicastro, la pubblicazione in tre volumi delle visite “ad limina” dei vescovi di Mazara dal 1590 al 1910. Lo stesso Istituto nel 1995 ha curato la pubblicazione del volume: “La Chiesa di Mazara nei novecento anni della sua storia”, a cura di don Pietro Pisciotta, docente di Storia della Chiesa nell’Istituto di scienze religiose “Mater sapientiae”. Ultimo in ordine di tempo è stato pubblicato nell’anno 2005 il volume di don Pietro Pisciotta in 350 pagine “La Chiesa di Mazara fa memoria” (cento anni di storia attraverso il Bollettino Ecclesiastico) con ampio excursus sui vescovi che si sono succeduti da mons. Nicolò Maria Audino a mons. Domenico Mogavero.
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09 luglio 2009
05 luglio 2009
Chiesa intitolata a "Cristo Re"
Il Convento dei Cappuccini venne fondato nel 1584 per volontà del vescovo Bernardo Gasco, che ne fece richiesta al ministro provinciale padre Alessio d'Agrigento, sottoscrivendo che si sarebbe sobbarcato le spese necessarie per la realizzazione dell'opera. Fu scelto un luogo vicino alla chiesetta di San Martino, demolita per far posto alla nuova chiesa che ne conservò il titolo.
1584: fondazione del convento che prende il nome di Monte Calvario. In quell'occasione il vescovo sottoscrive che la proprietà del convento sarebbe ritornata alla Cattedrale qualora i frati, in qualunque momento, lo avessero abbandonato.
1667: Il convento viene ampliato ed ingrandito di nove celle ad opera del provinciale padre Francesco da Mazara.
1866: Dopo la soppressione degli Ordini religiosi, il convento viene prima abbandonato e poi, il Comune lo cede al Fondo per il Culto e quindi alla Chiesa di Mazara
1949: I locali annessi vengono eretti a parrocchia sotto il titolo di "Cristo Re". Per l'occasione si restaura la chiesa con il rifacimento totale della facciata
1961: Sono ceduti alla parrocchia alcuni locali che si affacciano sul cortile interno e che, tra i vari usi, erano stati adattati a canile comunale.
1974: una parte del convento viene concessa dalla parrocchia, come locatrice, per ospitare scuole di vario ordine e grado.
1987: Viene redatto un progetto di ristrutturazione della chiesa e dei locali annessi
1584: fondazione del convento che prende il nome di Monte Calvario. In quell'occasione il vescovo sottoscrive che la proprietà del convento sarebbe ritornata alla Cattedrale qualora i frati, in qualunque momento, lo avessero abbandonato.
1667: Il convento viene ampliato ed ingrandito di nove celle ad opera del provinciale padre Francesco da Mazara.
1866: Dopo la soppressione degli Ordini religiosi, il convento viene prima abbandonato e poi, il Comune lo cede al Fondo per il Culto e quindi alla Chiesa di Mazara
1949: I locali annessi vengono eretti a parrocchia sotto il titolo di "Cristo Re". Per l'occasione si restaura la chiesa con il rifacimento totale della facciata
1961: Sono ceduti alla parrocchia alcuni locali che si affacciano sul cortile interno e che, tra i vari usi, erano stati adattati a canile comunale.
1974: una parte del convento viene concessa dalla parrocchia, come locatrice, per ospitare scuole di vario ordine e grado.
1987: Viene redatto un progetto di ristrutturazione della chiesa e dei locali annessi
La chiesa del Convento dei Cappuccini, ubicata nell'omonima piazza al civico 15, nei primi del Novecento

In ciò che rimane del convento gli strascichi della Soppressione sono particolarmente visibili non solo dal punto di vista morfologico, ma anche planimetrico. La divisione del manufatto in tante proprietà ha provocato uno sviluppo autonomo delle parti, rendendo poco riconoscibile l'impianto originario. Solo la chiesa e i locali immediatamente annessi rivelano i segni di una tradizione significativa, anche se il rifacimento della facciata della chiesa, con l'innalzamento del campanile a guisa di torre, rimanda ad una "forma" tutt'altro che cappuccina. Inoltre, il fitto tessuto urbano della città, in cui il convento è strettamente vincolato e costretto, rende ancora più difficile una lettura storica della presenza conventuale, se non attraverso immagini d'archivio. Questa immagine d'epoca, mostra il convento ancora integro, isolato e soprattutto poverissimo: la facciata della chiesa si chiude in modo rettilineo, interpetrando il linguaggio tipico della zona, e il campanile cappuccino a "vela" svetta quanto basta per costruire, insieme alle altre masse, un raffinato contrappunto compositivo.
Rilievo del convento, pianta del piano terra
Una foto nella fase di ristrutturazione
Sala mensa
Maltese, Piera Sinacori
01 luglio 2009
Basilica Cattedrale
Molti mazaresi sconoscono il significato e la paternità dell'altorilievo che troneggia sulla facciata principale della Basilica. Pertanto farò qualche accenno sull'argomento.
Il cavaliere e capitano Giovanni I Grifeo (figlio di Auripione e di Geltrude figlia di Dragone fratello del Conte Ruggiero) si fece onore nelle fila dell'Armata normanna condotta in Sicilia dal Gran Conte Ruggero. Era il 1072 e bisognava liberare tutta l'Isola dal dominio musulmano (dal 1061 era già normanna la parte orientale). Alle tante prove di suo valore e di sua fedeltà riuscì a proteggere e salvare il suo capitano in uno scontro diretto con il capo saraceno Mogat. Da qui il premio della Baronia di Partanna ricevuta dalle mani dello stesso Ruggero. Questo l'inizio della storia siciliana dei Grifeo rappresentato nell'affresco della Sala del Trono al Castello di Partanna. La stessa scena si ripete sul frontale della Cattedrale di Mazara grazie a un gruppo scultoreo del '500.La scena è ben evidente e splendidamente realizzata, come appare nella serie di foto.L'opera scultorea è citata dal Mugnos (lib. III) quando racconta le origini siciliane Grifeo: "... L’effigie del nipote Giovanni Grifeo e dello zio conte Ruggiero unitamente si veggono scolpite in rilievo di marmo sovra la porta maggiore della Chiesa Cattedrale di Mazzarra (Mazara), ambedue a cavallo, il Conte con un saraceno sotto i piedi, e Giovanni Grifeo collo scudo imbracciato, coll’insegna dell’arme della sua famiglia" (vedi terza foto).
La cattedrale ha una storia lunga circa mille anni. Sorse in epoca normanna, al posto di una precedente moschea. A volerla nel 1093 fu proprio Ruggero I, per la creazione della diocesi di Mazara (primo vescovo fu Stefano Ferro di Rouen -1093/1142 - parente del Gran Conte). L'edificio religioso fu anche la concretizzazione di un voto. Questo fu espresso nel 1072 per favorire la vittoria in uno scontro decisivo contro l'armata saracena: sconfitti i musulmani, fu presa la stessa Mazara del Vallo ed espugnata Palermo. Bisognava onorare la promessa. L'altorilievo, raffigura appunto il Gran Conte trionfante ("Amuruso di Cristu e di la Fidi") e Giovanni I Grifeo che ne protegge le spalle e guida il resto della truppa. L'opera risale al 1584.
Giovanni I Grifeo qui ritratto mentre imbraccia lo scudo nell'affresco della Sala del Trono al Castello Grifeo di Partanna
1910 - Abside e Trasfigurazione - Opera di Antonio Gagini
Vecchia immagine dell'altare prima delle attuali modifiche. Si nota la immagine dell'Onnipotente, col braccio che sporge indicando l'altare. Un rara e importante foto, che documenta com era stata concepita all'inizio la scenografia artistica dell'abside. Quando, in seguito alla rottrura del braccio in gesso (molto pesante e pericoloso), precipitò giù, si decise di eliminarlo, per motivi di sicurezza.
veduta laterale del pulpito
1948 - Lavori di restauro in Cattedrale
Mons. Giovan Battista Criscuoli nel cortiletto posteriore, con operai e curiosi (Peppino Caradonna, Vito O?, Salvino Quinci, Alfredo Norrito, Gaspare Sammartano)
I Sarcofaghi
Raffigurante la Caccia di Meleagro
Artemide per vendicarsi del fatto che la città di Calidone, antica città della Grecia, era rimasta neutrale nella guerra del Peloponneso, inviò un feroce cinghiale nelle campagne della città che procurò molti danni. Meleagro allora cacciò ed uccise l'animale col giavellotto e poi gli trapassò il cuore con la spada
Il Ratto di Proserpina
Il soggetto è tratto dalle Metamorfosi di Ovidio e legato al tema del ciclo delle stagioni. Proserpina figlia di Giove e Cerere, dea della fertilità fu notata da Plutone, re degl’inferi, che invaghito la rapì mentre ella raccoglieva fiori, secondo il mito, al Lago di Pergusapresso Enna. Cerere per il dolore abbandona i campi, causando la carestia, mentre Giove interviene trovando un accordo con la mediazione di Mercurio; Proserpina avrebbe trascorso nove mesi con la madre favorendo l’abbondanza dei raccolti, per i restanti mesi dell’anno, quelli invernali, sarebbe rimasta con Plutone all’inferno.
Amazomachia
Tema iconografico dell'arte greca e da qui passata anche all'arte etrusca, consistente nella rappresentazione della lotta tra Greci e Amazzoni.
22 giugno 2009
San Vito Martire
Si festeggia il 15 giugno - (sec. III -IV)
Secondo la tradizione S.Vito sarebbe nato a Mazara del Vallo da Hila di nobile stirpe ma non cristiano, e da Bianca, virtuosa matrona devota a Cristo, intorno all'anno 286. Ancora in fasce perdette la mamma, e venne affidato alla nutrice Crescenzia.
Accettò invece una crocetta che Crescenzia gli aveva messo al collo di nascosto del padre, come pure accolse di buon grado gli insegnamenti Cristiani impartitigli dalla nutrice.
Quando Vito fu un po' cresciuto, suo padre gli diede come precettore Modesto, uomo saggio e dotto di Mazara, affinché lo istruisse nelle lettere e nelle scienze: ma anche questo pedagogo era cristiano. Durante un'assenza del patrizio Hila, molti del suo palazzo si convertirono e ricevettero il battesimo da Modesto: primo fra tutti fu il giovanetto Vito. Si narra che a questi, appena battezzato, sia apparso il suo Angelo custode che gli consegnò una croce, come presagio del suo martirio: attributo che accompagnerà sempre le raffigurazioni del Santo.
Il 23 febbraio del 303 fu emanato, dall'imperatore Diocleziano, l'editto di persecuzione contro i cristiani e, mentre dalla dimora gentilizia si divulgava la nuova religione, giunse a Mazara il funesto decreto imperiale. Di ritorno Hila, venutone a conoscenza, non trascurò nessun mezzo, ne castighi severi, ne minacce, per spaventare il figlio ed indurlo a rinnegare la religione abbracciata in sua assenza, ma nulla valse a smuovere la fede incrollabile dell'adolescente. Allora il crudele genitore, visto inutile ogni tentativo, consegnò il figlio al prefetto della Sicilia Valeriano affinché questi, con la sua autorità, riportasse Vito al culto degli dei dell'impero.
Egli ordinò che il giovane venisse sottoposto alla flagellazione, ma ad un tratto, mentre i carnefici aizzati da Valeriano, infierivano contro quelle membra innocenti, ecco che le loro braccia si paralizzarono e soltanto per le preghiere di Vito, ritornarono a muovere gli arti. Solo allora il crudele tiranno rimandò il Santo alla casa paterna. Tuttavia un angelo del Signore apparve in sonno a S. Vito e lo invitò a fuggire di casa con i suoi educatori e a rifugiarsi, nottetempo, su di una barca ormeggiata sul lido per divino favore. Guidati dall'Angelo in sembianze di nocchiero, navigarono verso Capo Egitarso, oggi Capo S. Vito, dove si rifugiarono in un bosco ed iniziarono il loro apostolato evangelizzando pastori e contadini, nonché compiendo i miracoli di guarire chi veniva morsicato dai cani rabbiosi. Poi i tre santi passarono a Regalbuto, a Sortino, a Vizzini, in Calabria e in Lucania presso il fiume Sele e la loro fama taumaturgica si sparse ben presto cosicché vennero ritrovati dai soldati dell'imperatore che li portarono a Roma.
Nella città eterna S. Vito guarì nientemeno che la figlia dell'imperatore Diocleziano, il quale gliel'avrebbe anche data in sposa ricolmandolo di onori, a patto però che abiurasse la fede cristiana.
Vista vana ogni lusinga, l'imperatore ordinò che i tre santi venissero immersi in una caldaia di pece bollente e piombo liquefatto: ma da questo martirio uscirono indenni. Furono allora condotti nell'anfiteatro e dati in pasto ai cani idrofobi ed ai leoni, che si ammansirono stendendosi ai piedi di Vito. L'imperatore, sommamente adirato perché la folla degli spettatori cominciava a agitarsi, comandò di porre i tre confessori della fede su di un rogo, affinché consumassero il loro martirio: era il 15 giugno dell'anno 304.I resti dei tre Santi vennero poi raccolti di nascosto da una nobildonna: Fiorenza principessa di Salerno.
Ella fu salvata da una tempesta sul fiume Sele. Mentre era per annegare le apparve, per volontà di Dio, S.Vito che la liberò dal pericolo. La Principessa, grata del miracolo ricevuto, fece voto a S.Vito e ai suoi Compagni di custodire i loro corpi. Ella si impegnò a trasferire i loro corpi per un degna e onorifica sepoltura in un luogo detto "Locus Marianus" allocato in Puglia, in conformità al desiderio del Santo. La principessa gli domandò, durante un sogno, dove fosse tale luogo e S.Vito rispose: "Presso il Castrum Polymnianense un volta distrutto dall'esercito di Giulio Cesare".
Donna Fiorenza, quindi, acquistò alcuni poderi che donò ai Frati Benedettini che allora stavano in quel luogo perché custodissero le spoglie del Santo. Quel luogo è dove ora sorge l'Abazia di S.Vito in territorio di Polignano a Mare (antico Castrum Polymnianense).
Statua di San Vito, nella chiesa di San Michele a Mazara del Vallo
"Santu Vitu di Mazara
cu lu vrazzu 'nnarripara
e lu populu devotu
Diu nni scanza di terremotu
e lu populu dilettu
Diu nni scanzi d'ogni 'nfettu!
Vi priamu cu cori piu
Diu nni scanzi d'ogni castiu,
tutti a vui facemu festa
Diu nni scanzi d'ogni timpesta"
Le spoglie del Santo si trovano a Praga, nella cattedrale a lui dedicata
La tomba di San Vito
Piazza della Repubblica
Pregevole statua, voluta dal vescovo Michele Sclavo (1766-71). Opera del palermitano Ignazio Marabitti (1771). L'epigrafe dice: Divo Vito, civi et patrono, benificentissimo - Michele Sclavo - Mazar - Pontificex. Sull'altro lato: Hic est, qui multum orat - pro populo - et universa civitate
Monumento posto sulla foce del fiume Mazaro, opera di Giuseppe Pennino (discepolo del Marabitti), voluta dal vescovo di Valdina, Ugone Papè (1772/91). Testimonia la fede e la devozione del popolo verso il concittadino che dal cielo vigila, prega ed assicura protezione certa. Quattro distici, posti ai quattro lati del piedistallo così recitano: Nella parte prospiciente la città:
Dive Mari, Terraeque praees, dominaris utrisque. Sint procul hinc fluctus, fit procul inde tremor.
(Protettore del mare e custode della terra, che domini su entrambi,
stiano da qui lontani i flutti e stia da qui lontana la paura)
Nel lato destro, in prospettiva del mare, si inneggia al santo come liberatore delle armate nemiche e delle insidie di satana:
Si fera bella premunt Patriam, Cruce perde Phalanges
Et satanae turbas tu Cruce, Dive, fuga.
(Se le guerre crudeli opprimono la patria, tu con la Croce disperdi le falangi
e con la Croce, o Taumaturgo, metti in fuga le schiere di satana)
Nel lato sinistro si inneggia al Santo, come liberatore della fame:
Si male suada fames siculas grassatur in Urbes:
Tu Joseph Patriae, dive, alimenta dabis
(Se la fame, cattiva consigliera, avanza verso le sicule città
Tu, come Giuseppe, o protettore, ci darai pane)
Nel dietro della statua si inneggia al Santo, come liberatore della peste:
Si pestis coelum minitatur, Dive, flagella:
Hoc procul a Patria tu quoque pelle malum
(Se il cielo ci minaccia col flagello della peste, o protettore,
tieni lontano da qui anche questo malanno).
Dentro la città è sita, inoltre, la chiesa di San Vito in urbe, detta, successivamente, chiesa di Santa Teresa. Una pia tradizione ritiene la chiesa costruita dove fu l’antica abitazione di San Vito. Una lapide ne tramanda la memoria: “Hanc habui, nec linquo domum; vos plaudite cives: sum patriae, custos, gloria, vita, decus”. La chiesa fu fondata dalla confraternita di San Vito, il sodalizio che annoverava tra i soci della confratria buona parte della nobiltà mazarese. Questa confraternita, istituita il 25.03.1588 con propri capitoli, fu approvata dal vescovo Luciano de Rubeis (1589-1602) e vide riformate le sue costituzioni l’8.06.1778 dal vescovo Ugone Papé di Valdina (1772-1791). La confraternita assicurava il culto del Santo dentro la città e si faceva obbligo di incentivare sempre più nel clero e nel laicato nuove forme di culto e di religione a livello pubblico e privato.
21 giugno 2009
La Madonna del Paradiso
Il culto in onore di Maria SS. del Paradiso, praticato a Mazara del Vallo sin dall'inizio del XVIII secolo, ricevette un impulso nel 1797 per opera dei padri Liquorini, che furono invitati a tenere un corso di esercizi spirituali di due mesi dal vescovo del tempo il palermitano mons. Orazio Della Torre (1792/1811). Nel corso degli esercizi, i partecipanti venivano istruiti sul perdono, sulla grazia e sulla gloria futura, nella Cappella del Paradiso della Casa Santa, dove troneggiava l'immagine dell'Immacolata, opera del cavaliere Sebastiano Conca (1680-1764).
Fu proprio il 3 Novembre del 1797, verso le ore 21, che la Beata Vergine, mesta d'aspetto e dolente, si degnò volgere i suoi occhi misericordiosi verso gli astanti. Ripetutosi varie volte il prodigio durante la notte ed il giorno seguente, fu disposta la traslazione della sacra immagine alla Cattedrale. Cosa che fu fatta con grande solennità e con grandissima partecipazione di popolo. Durante la veglia notturna ed il giorno seguente, il prodigio lasciò esterrefatti i presenti, perché la Beata Vergine a volte abbassava gli occhi, a volte li innalzava, qualche volta li girava a destra o a sinistra e li fissava sugli astanti, altre volte li chiudeva e li riapriva.
Il prodigio si ripeté nel collegio di S.Carlo e nei monasteri di S.Caterina, di S.Veneranda e di S.Michele. Qui il prodigio ebbe dell'inimmaginabile; si poté infatti constatarlo per ben 24 ore di seguito.
Dal 10 dicembre 1797 a tutto il mese di giugno dell'anno seguente, fu celebrato, per ordine del vescovo, il processo di questo mirabile prodigio, a prova della sua veridicità. Il vescovo, che ebbe pure lui il privilegio di osservare il prodigio, supplicò il Capitolo Vaticano di coronare l'immagine della Madonna secondo il legato di Alessandro Sforza. Il Capitolo Vaticano, il 10 aprile 1803, decretò l'incoronazione, che ebbe luogo a Mazara il 10 luglio 1803.
Il movimento degli occhi della Sacra immagine, si è rinnovato e ripetuto il 20 ottobre 1807 testimone don Giuseppe Maria Tomasi, dei principi di Lampedusa. Nel santuario si ripeté nel 1810, ancora il 21 gennaio 1811, il 5 marzo 1866 ed altre volte. L'ultimo, in ordine di tempo, è stato osservato nel 1981 in Cattedrale. (N.d.r., non ha avuto, però, nessun riconoscimento ufficiale).
La Madonna del Paradiso è compatrona della Città di Mazara del Vallo dal 1806, e patrona della Diocesi.
Fu proprio il 3 Novembre del 1797, verso le ore 21, che la Beata Vergine, mesta d'aspetto e dolente, si degnò volgere i suoi occhi misericordiosi verso gli astanti. Ripetutosi varie volte il prodigio durante la notte ed il giorno seguente, fu disposta la traslazione della sacra immagine alla Cattedrale. Cosa che fu fatta con grande solennità e con grandissima partecipazione di popolo. Durante la veglia notturna ed il giorno seguente, il prodigio lasciò esterrefatti i presenti, perché la Beata Vergine a volte abbassava gli occhi, a volte li innalzava, qualche volta li girava a destra o a sinistra e li fissava sugli astanti, altre volte li chiudeva e li riapriva.
Il prodigio si ripeté nel collegio di S.Carlo e nei monasteri di S.Caterina, di S.Veneranda e di S.Michele. Qui il prodigio ebbe dell'inimmaginabile; si poté infatti constatarlo per ben 24 ore di seguito.
Dal 10 dicembre 1797 a tutto il mese di giugno dell'anno seguente, fu celebrato, per ordine del vescovo, il processo di questo mirabile prodigio, a prova della sua veridicità. Il vescovo, che ebbe pure lui il privilegio di osservare il prodigio, supplicò il Capitolo Vaticano di coronare l'immagine della Madonna secondo il legato di Alessandro Sforza. Il Capitolo Vaticano, il 10 aprile 1803, decretò l'incoronazione, che ebbe luogo a Mazara il 10 luglio 1803.
Il movimento degli occhi della Sacra immagine, si è rinnovato e ripetuto il 20 ottobre 1807 testimone don Giuseppe Maria Tomasi, dei principi di Lampedusa. Nel santuario si ripeté nel 1810, ancora il 21 gennaio 1811, il 5 marzo 1866 ed altre volte. L'ultimo, in ordine di tempo, è stato osservato nel 1981 in Cattedrale. (N.d.r., non ha avuto, però, nessun riconoscimento ufficiale).
La Madonna del Paradiso è compatrona della Città di Mazara del Vallo dal 1806, e patrona della Diocesi.
1975
Il parroco don Saverio Schembri in attesa del rientro dell'immagine della Madonna
20 giugno 2009
Madonna dell'Alto
Ribattezzata dal popolo Maria S.S. delle Giummare
(per la presenza di tante Palme nane che insistevano su quei luoghi
(per la presenza di tante Palme nane che insistevano su quei luoghi
Ribattezzata dal popolo Maria S.S. delle Giummare
(per la presenza di tante Palme nane che insistevano su quei luoghi
Ad oriente di Mazara si eleva un colle, un tempo solitario e roccioso, (documentato prima del 1144) dove si dice il Gran Conte Ruggero e la figlia Giuditta eressero un santuario dedicato a Santa Maria delle Giummare in memoria, narra la tradizione, della prima vittoria riportata dai Normanni sui Musulmani nel 1072, quando mossero alla conquista di Mazara. Ora la linea della originaria costruzione normanna si va perdendo sempre più, il piccolo cenobio basiliano che vi era annesso è rovinoso, subì modifiche nel '300, nel '500 e nel '700. Non è, questa, la cronaca aggiornata di uno sfacelo, ma la descrizione che nel 1934 Filippo Napoli, in un opuscolo sul folklore mazarese, rende del monumento normanno arroccato sul colle su cui proliferavano, rigogliose, le giummare, ossia le palme nane. Nonostante il rammarico del Napoli sulla fatiscenza dell'edificio, al suo tempo la situazione era ancora abbastanza idilliaca; ora, purtroppo, nessun sentimento di "malinconica pace" pervade l'animo di chi osserva il panorama attorno al monumento o il monumento dalla trafficatissima strada statale dalla quale, la chiesa normanna, appare soffocata da dissonanti costruzioni. E' scomparsa anche la grossa pietra "a destra di chi sale con una croce incisa nel mezzo, che nessuno, passando, dimentica di baciare, perchè su quella pietra, dicesi, fu fatta sostare la statua della Madonna, pregevole scultura del lombardo Giacomo Castagnola, che si venera nel santuario", come il Napoli attesta nella sua Storia della Città di Mazara.
Delle giummare, ormai, è scomparsa ogni traccia; al loro posto costruzioni abusive spuntate caoticamente, sterpaglie e detriti di diversa natura, il tutto declinante in maniera confusa verso le vie d'accesso sberciate, col coronamento di recinzione mista di filo spinato, fil di ferro arrugginito e muriccioli dall'opus rigidamente incerto.
E dire che, la chiesetta normanna, o quello che ne rimane, è una delle poche reliquie di un passato di cui Mazara dovrebbe andare fiera.
Anche Enzo Ganciatano, medico e storico, ha scritto sulla chiesetta: Chiesa Santa Maria delle Giummare, edificata su un’altura delle vicinanze per volere del conte Ruggero e della figlia Giuditta in ricordo della vittoria dei Normanni sui Musulmani nel 1072. Un tempo, come ci racconta lo storico Filippo Napoli nella sua opera Folklore di Mazara del 1934, i cittadini attraverso un percorso lievemente pietroso giungevano sul colle dal quale era possibile osservare la campagna circostante e il mare all’orizzonte. La contrada, infatti, era priva di qualsiasi costruzione se non qualche rudere di campagna. Nella notte tra il 14 e 15 agosto il santuario, denominato in quel tempo Chiesa della Madonna dell’Alto, era punto di pellegrinaggio da parte di fedeli di qualsiasi età che partecipavano all’ascolto della funzione religiosa. All’inizio della salita, sulla destra, era presente un roccia con l’incisione delle parole Viva Maria e di una croce che i fedeli non dimenticavano di baciare giacché si riteneva che su quella pietra fosse stata deposta per una breve sosta la statua della Madonna, scultura di Giacomo Castagnola, che ancora oggi viene venerata nella chiesa. I devoti davanti alla pietra santa recitavano un’orazione nota in quel tempo:
“Santa rocca biniditta,/lu me cori è tantu afflittu,
cu la vostra santità,/datimi la saluti
e la vostra santa binidizioni”
I fedeli, dopo avere raggiunto il tempio della Madonna con Bambino, si abbandonavano ad un’altra invocazione:
“Virgini Santa aiutami!
pi stu bamminu c’aviti ‘mbrazza
cunciditimi la grazia”
Queste due orazioni sono riportate dallo storico Filippo Napoli. La denominazione “delle giummare” certamente ci induce a ritenere che nella zona proliferassero un tempo le palme nane, adesso quasi del tutto scomparse per il sorgere di abitazioni non tutte munite dell’approvazione regolamentare concessa dagli uffici urbanistici. Questa chiesetta rupestre, come riferisce in modo chiaro e completo Leo Di Simone, è una costruzione che presenta reperti in tre stili normanno, islamico e bizantino. L’originario e modesto cenobio basiliano è confermato da una reliquia iconografica che trovasi nell’absidiola del lato settentrionale che raffigura verosimilmente San Basilio (o San Giovanni Crisostomo). I Normanni edificarono il tempietto sull’altura sfruttando la possibilità strategica dell’avvistamento, come peraltro avevano fatto anche i Musulmani che precedentemente avevano costruito una torre di difesa e d’avvistamento, sulla quale si poteva accedere dalla sacrestia mediante una scala a chiocciola. E’ possibile quindi, come afferma Leo di Simone, che su questo sito in origine sia stato costruito un monastero basiliano che, successivamente con l’arrivo dei Musulmani a Mazara fu trasformato in una fortificazione d’avvistamento. L’ordine militare di Malta, precedentemente di Cipro e Rodi, esercitava l’attività di difesa dei pellegrini diretti in terra santa dagli attacchi barbareschi. Sotto la giurisdizione del Gran Priorato di Messina nacquero dei centri assistenziali in tutta l’isola e tra questi la Commenda di Santa Maria delle Giummare a Mazara nel 1568 che poteva usufruire della chiesa e del monastero giusta bolla papale di Pio IV del 19 dicembre 1567. Rocco Pirri sosteneva che la Commenda di Mazara era sotto la giurisdizione del Priore di Lombardia con una rendita annuale di 900 onze, mentre fra Andrea Minutolo nella sua opera “Memorie del Gran Priorato di Messina” del 1699 ne affermava l’appartenenza al priorato di Messina con una rendita di 1657 scudi e una paga di responsioni di 212 scudi. Al primo commendatore della chiesa fra Giovanni Giorgio Vercelli si deve la commissione della statua in marmo della Madonna con Bambino allo scultore Giacomo Castagnola. Nel 1657 i Cavalieri Gerosolimitani costruirono il Palazzo della Commenda detto anche Palazzo dei Cavalieri di Malta nei pressi della Porta del Caricatore tra la foce del Mazaro e la Via Carmine. Durante le battaglie che i Cavalieri Gerosolimitani di Malta intrapresero contro i Turchi per la liberazione dell’isola di Malta nel settembre 1565 si distinse per il suo eroismo il cappuccino mazarese Pietro La Rocca che fu ferito gravemente. Gli fu concesso il grado di ammiraglio della squadra navale dell’ordine e nominato balì di Santo Stefano. L’attività religiosa e l’assistenza ai pellegrini era assicurata dall’attigua Chiesa San Giovanni.
(per la presenza di tante Palme nane che insistevano su quei luoghi
Ad oriente di Mazara si eleva un colle, un tempo solitario e roccioso, (documentato prima del 1144) dove si dice il Gran Conte Ruggero e la figlia Giuditta eressero un santuario dedicato a Santa Maria delle Giummare in memoria, narra la tradizione, della prima vittoria riportata dai Normanni sui Musulmani nel 1072, quando mossero alla conquista di Mazara. Ora la linea della originaria costruzione normanna si va perdendo sempre più, il piccolo cenobio basiliano che vi era annesso è rovinoso, subì modifiche nel '300, nel '500 e nel '700. Non è, questa, la cronaca aggiornata di uno sfacelo, ma la descrizione che nel 1934 Filippo Napoli, in un opuscolo sul folklore mazarese, rende del monumento normanno arroccato sul colle su cui proliferavano, rigogliose, le giummare, ossia le palme nane. Nonostante il rammarico del Napoli sulla fatiscenza dell'edificio, al suo tempo la situazione era ancora abbastanza idilliaca; ora, purtroppo, nessun sentimento di "malinconica pace" pervade l'animo di chi osserva il panorama attorno al monumento o il monumento dalla trafficatissima strada statale dalla quale, la chiesa normanna, appare soffocata da dissonanti costruzioni. E' scomparsa anche la grossa pietra "a destra di chi sale con una croce incisa nel mezzo, che nessuno, passando, dimentica di baciare, perchè su quella pietra, dicesi, fu fatta sostare la statua della Madonna, pregevole scultura del lombardo Giacomo Castagnola, che si venera nel santuario", come il Napoli attesta nella sua Storia della Città di Mazara.
Delle giummare, ormai, è scomparsa ogni traccia; al loro posto costruzioni abusive spuntate caoticamente, sterpaglie e detriti di diversa natura, il tutto declinante in maniera confusa verso le vie d'accesso sberciate, col coronamento di recinzione mista di filo spinato, fil di ferro arrugginito e muriccioli dall'opus rigidamente incerto.
E dire che, la chiesetta normanna, o quello che ne rimane, è una delle poche reliquie di un passato di cui Mazara dovrebbe andare fiera.
Anche Enzo Ganciatano, medico e storico, ha scritto sulla chiesetta: Chiesa Santa Maria delle Giummare, edificata su un’altura delle vicinanze per volere del conte Ruggero e della figlia Giuditta in ricordo della vittoria dei Normanni sui Musulmani nel 1072. Un tempo, come ci racconta lo storico Filippo Napoli nella sua opera Folklore di Mazara del 1934, i cittadini attraverso un percorso lievemente pietroso giungevano sul colle dal quale era possibile osservare la campagna circostante e il mare all’orizzonte. La contrada, infatti, era priva di qualsiasi costruzione se non qualche rudere di campagna. Nella notte tra il 14 e 15 agosto il santuario, denominato in quel tempo Chiesa della Madonna dell’Alto, era punto di pellegrinaggio da parte di fedeli di qualsiasi età che partecipavano all’ascolto della funzione religiosa. All’inizio della salita, sulla destra, era presente un roccia con l’incisione delle parole Viva Maria e di una croce che i fedeli non dimenticavano di baciare giacché si riteneva che su quella pietra fosse stata deposta per una breve sosta la statua della Madonna, scultura di Giacomo Castagnola, che ancora oggi viene venerata nella chiesa. I devoti davanti alla pietra santa recitavano un’orazione nota in quel tempo:
“Santa rocca biniditta,/lu me cori è tantu afflittu,
cu la vostra santità,/datimi la saluti
e la vostra santa binidizioni”
I fedeli, dopo avere raggiunto il tempio della Madonna con Bambino, si abbandonavano ad un’altra invocazione:
“Virgini Santa aiutami!
pi stu bamminu c’aviti ‘mbrazza
cunciditimi la grazia”
Queste due orazioni sono riportate dallo storico Filippo Napoli. La denominazione “delle giummare” certamente ci induce a ritenere che nella zona proliferassero un tempo le palme nane, adesso quasi del tutto scomparse per il sorgere di abitazioni non tutte munite dell’approvazione regolamentare concessa dagli uffici urbanistici. Questa chiesetta rupestre, come riferisce in modo chiaro e completo Leo Di Simone, è una costruzione che presenta reperti in tre stili normanno, islamico e bizantino. L’originario e modesto cenobio basiliano è confermato da una reliquia iconografica che trovasi nell’absidiola del lato settentrionale che raffigura verosimilmente San Basilio (o San Giovanni Crisostomo). I Normanni edificarono il tempietto sull’altura sfruttando la possibilità strategica dell’avvistamento, come peraltro avevano fatto anche i Musulmani che precedentemente avevano costruito una torre di difesa e d’avvistamento, sulla quale si poteva accedere dalla sacrestia mediante una scala a chiocciola. E’ possibile quindi, come afferma Leo di Simone, che su questo sito in origine sia stato costruito un monastero basiliano che, successivamente con l’arrivo dei Musulmani a Mazara fu trasformato in una fortificazione d’avvistamento. L’ordine militare di Malta, precedentemente di Cipro e Rodi, esercitava l’attività di difesa dei pellegrini diretti in terra santa dagli attacchi barbareschi. Sotto la giurisdizione del Gran Priorato di Messina nacquero dei centri assistenziali in tutta l’isola e tra questi la Commenda di Santa Maria delle Giummare a Mazara nel 1568 che poteva usufruire della chiesa e del monastero giusta bolla papale di Pio IV del 19 dicembre 1567. Rocco Pirri sosteneva che la Commenda di Mazara era sotto la giurisdizione del Priore di Lombardia con una rendita annuale di 900 onze, mentre fra Andrea Minutolo nella sua opera “Memorie del Gran Priorato di Messina” del 1699 ne affermava l’appartenenza al priorato di Messina con una rendita di 1657 scudi e una paga di responsioni di 212 scudi. Al primo commendatore della chiesa fra Giovanni Giorgio Vercelli si deve la commissione della statua in marmo della Madonna con Bambino allo scultore Giacomo Castagnola. Nel 1657 i Cavalieri Gerosolimitani costruirono il Palazzo della Commenda detto anche Palazzo dei Cavalieri di Malta nei pressi della Porta del Caricatore tra la foce del Mazaro e la Via Carmine. Durante le battaglie che i Cavalieri Gerosolimitani di Malta intrapresero contro i Turchi per la liberazione dell’isola di Malta nel settembre 1565 si distinse per il suo eroismo il cappuccino mazarese Pietro La Rocca che fu ferito gravemente. Gli fu concesso il grado di ammiraglio della squadra navale dell’ordine e nominato balì di Santo Stefano. L’attività religiosa e l’assistenza ai pellegrini era assicurata dall’attigua Chiesa San Giovanni.
Persistono ancora, seppure sbiadite, le tracce delle tre antiche civiltà quotidianamente lambite dai canti e dalle preci dei fedeli.
Anche Enzo Ganciatano, medico e storico, ha scritto sulla chiesetta:Chiesa Santa Maria delle Giummare, edificata su un’altura delle vicinanze per volere del conte Ruggero e della figlia Giuditta in ricordo della vittoria dei Normanni sui Musulmani nel 1072. Un tempo, come ci racconta lo storico Filippo Napoli nella sua opera Folklore di Mazara del 1934, i cittadini attraverso un percorso lievemente pietroso giungevano sul colle dal quale era possibile osservare la campagna circostante e il mare all’orizzonte. La contrada, infatti, era priva di qualsiasi costruzione se non qualche rudere di campagna. Nella notte tra il 14 e 15 agosto il santuario, denominato in quel tempo Chiesa della Madonna dell’Alto, era punto di pellegrinaggio da parte di fedeli di qualsiasi età che partecipavano all’ascolto della funzione religiosa. All’inizio della salita, sulla destra, era presente un roccia con l’incisione delle parole Viva Maria e di una croce che i fedeli non dimenticavano di baciare giacché si riteneva che su quella pietra fosse stata deposta per una breve sosta la statua della Madonna, scultura di Giacomo Castagnola, che ancora oggi viene venerata nella chiesa. I devoti davanti alla pietra santa recitavano un’orazione nota in quel tempo:
Ribattezzata dal popolo Maria S.S. delle Giummare
(per la presenza di tante Palme nane che insistevano su quei luoghi)
(per la presenza di tante Palme nane che insistevano su quei luoghi)
Ad oriente di Mazara si eleva un colle, un tempo solitario e roccioso, (documentato prima del 1144) dove si dice il Gran Conte Ruggero e la figlia Giuditta eressero un santuario dedicato a Santa Maria delle Giummare in memoria, narra la tradizione, della prima vittoria riportata dai Normanni sui Musulmani nel 1072, quando mossero alla conquista di Mazara. Ora la linea della originaria costruzione normanna si va perdendo sempre più, il piccolo cenobio basiliano che vi era annesso è rovinoso, subì modifiche nel '300, nel '500 e nel '700. Non è, questa, la cronaca aggiornata di uno sfacelo, ma la descrizione che nel 1934 Filippo Napoli, in un opuscolo sul folklore mazarese, rende del monumento normanno arroccato sul colle su cui proliferavano, rigogliose, le giummare, ossia le palme nane. Nonostante il rammarico del Napoli sulla fatiscenza dell'edificio, al suo tempo la situazione era ancora abbastanza idilliaca; ora, purtroppo, nessun sentimento di "malinconica pace" pervade l'animo di chi osserva il panorama attorno al monumento o il monumento dalla trafficatissima strada statale dalla quale, la chiesa normanna, appare soffocata da dissonanti costruzioni. E' scomparsa anche la grossa pietra "a destra di chi sale con una croce incisa nel mezzo, che nessuno, passando, dimentica di baciare, perchè su quella pietra, dicesi, fu fatta sostare la statua della Madonna, pregevole scultura del lombardo Giacomo Castagnola, che si venera nel santuario", come il Napoli attesta nella sua Storia della Città di Mazara.
Delle giummare, ormai, è scomparsa ogni traccia; al loro posto costruzioni abusive spuntate caoticamente, sterpaglie e detriti di diversa natura, il tutto declinante in maniera confusa verso le vie d'accesso sberciate, col coronamento di recinzione mista di filo spinato, fil di ferro arrugginito e muriccioli dall'opus rigidamente incerto.
E dire che, la chiesetta normanna, o quello che ne rimane, è una delle poche reliquie di un passato di cui Mazara dovrebbe andare fiera.
Delle giummare, ormai, è scomparsa ogni traccia; al loro posto costruzioni abusive spuntate caoticamente, sterpaglie e detriti di diversa natura, il tutto declinante in maniera confusa verso le vie d'accesso sberciate, col coronamento di recinzione mista di filo spinato, fil di ferro arrugginito e muriccioli dall'opus rigidamente incerto.
E dire che, la chiesetta normanna, o quello che ne rimane, è una delle poche reliquie di un passato di cui Mazara dovrebbe andare fiera.

Madonna dell'Alto - schizzo d'insieme (disegno Not. Ribaldo Abate)
Se si presta fede alla trascrizione settecentesca di un atto redatto nel 1250 (in not. Pietro Berardo, 24 agosto VIII Ind.), col quale il not. Ribaldo Abate e la moglie Perna formalizzano la donazione della Cappella dell'Annunziata a Trapani e nel quale si trova anche questo schizzo (non ben chiara la descrizione fatta dal medievalista Vincenzo Scuderi)
Veduta aerea degli extradossi delle volte

Colonnina erratica (in doppia veduta)

Capitello erratico
Statua della Madonna dell'Alto

Trattasi di una statua in legno (copia della Madonna dell'Alto) dello scultore Giuseppe Stuflesser di Ortisei (BZ). Fu commissionata perché la si voleva portare in processione. Ma l'iniziativa non ebbe successo.E fu collocata incoscientemente all'esterno nello spiazzale e come era logico è cominciato il suo degrado. Il parroco pro tempore nel 2017, don Orazio Placenti l'ha ubicata in una saletta all'interno del santuario, in attesa di più idonea collocazione, quantomeno sarà protetta dagli agenti atmosferici.
Una curiosità
Un pittore mazarese Piero Barbera ha dedicato un quadro alla chiesa. Il prete che si appresta ad entrare è don Orazio Placenti, allora rettore del santuario
Un pittore mazarese Piero Barbera ha dedicato un quadro alla chiesa. Il prete che si appresta ad entrare è don Orazio Placenti, allora rettore del santuario
20 maggio 2009
Santa Maria di Gesù
La chiesa Santa Maria di Gesù fu eretta attorno al 1430. I frati Minori Osservanti di San Francesco, sotto la guida di Luchino Fiorito, procuratore generale dell'ordine, vi costruirono un convento. Però il 31 Ottobre 1886, a causa delle leggi del tempo, vennero espulsi.
1957 - Immagini relative ai lavori di ristrutturazione della chiesa Santa Maria di Gesù, che interessarono in particolare la fatiscente Canonica, la facciata della chiesa e alcuni locali parrocchiali. Inoltre venne realizzato un Refettorio per bambini bisognosi. Un comitato ad hoc venne creato per la gestione dei fondi e fu presieduto dal prof Nicolò La Grutta, fiduciario della Curia, che nominò come economo Nino Adamo, per la gestione amministrativa delle spese.
Nicolò La Grutta, mons, G. Di Leo, Nino Maiale (con la caldarella), ing. Andrea Salvo, Tanuzzu Rocca
Nino Adamo, prof. Nicolò La Grutta, mons. Gioacchino Di Leo (vescovo dal 1950 al 1963), ing. Andrea Salvo
Nicola Pugliese, Nicolò La Grutta (collaboratore laico della Curia), mons. G. Di Leo, ing. Andrea Salvo (direttore dei lavori)
Prof. Nicolò La Grutta (Ed. Fisica), ?, ing. Andrea Salvo, Nicola Pugliese (commerciante di Matreriali Edili), Turuzzu Pugliese (secondo muratore)
Restauro della facciata
15/7/1959
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