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20 luglio 2013

Luigi Vaccara

Un grande mazarese d'adozione
Nacque a Santa Ninfa nel 1877, si trasferì a Mazara appena diciottenne, dove iniziò la sua attività prima di mediatore e poi di commerciante di mosti e vini. Già nel 1901 possedeva capitali sufficienti per comprare appezzamenti di terreno per impiantarvi i propri vigneti, che nell'arco del successivo trentennio raggiunsero l'estensione di 300 ettari. Ne acquistò anche uno in città nei pressi della stazione ferroviaria, esattamente nella via Franco Maccagnone dove costruì il suo stabilimento enologico di circa 7000 mq e, successivamente, anche sua abitazione e quelle per i figli.


Questa foto ha ispirato un poeta mazarese

Tanti carretti cu' l'armali
portanu racina a quintali
drittu la strata da' stazioni
tutti 'na stessa direzioni
dunni aspetta 'na cantina
la ruci rappa di racina.
(Tonino Titone)

Pubblicità su rivista



Diversificò la sua produzione enologica, basata essenzialmente sui vini, da taglio, raggiungendo un elevato livello produttivo sia per i volumi di esportazione, sia per la qualità, soprattutto dopo il primo conflitto mondiale, quando cominciò l'imbottigliamento del Marsala, del Bianco Vaccara e l'Alicante rosso. Produsse anche Moscato, Vermouth e Grappa. Dopo la sua morte lo stabilimento fu rilevato da una Cantina sociale che lo mantenne sino alla mettà degli anni Settanta.

1948 - Bellissimo spaccato d'epoca notasi oltre alla Jepp lasciata dagli Americani, il vecchio autobus e i due "carrumatti" Carri Matti. Due dipendenti (autisti) 

Dino Titone - Gaetano Dionisi

Una chicca
La Ditta ebbe la prima concessione telefonica della città e il telefono n.1
Dibattendo su Facebook l'argomento con amici è venuta fuori una serie di numeri di quell'epoca e per mio diletto voglio prenderne nota: 
In n. 2 fu assegnato all'azienda viti-vinicola Tortorici (Il re del Marsala) con Stabilimenti in Mazara e uffici commerciali a Torino
il 3 all'agenzia marittima di Peppino e Ignazio Casubolo, via molo Caito
il 4 al Commissariato di Pubblica Sicurezza
il 5 al Banco di Sicilia, piazza Mokarta
il 6 alla Stazione dei Carabinieri
il 9 alla Banca del Sud, corso Umberto I
il 14 alla Stazione Ferroviaria
il 19 all'Ufficio di Conciliazione, in piazza Plebiscito
il 20 alla Capitaneria di Porto
il 23 (abitazione in via Roma)  e il 24 (Stabilimento) ad Antonino Catania, papà del pittore Salvino
il 30 alla Ditta (prodotti per l'edilizia) Baldassare Di Giorgi
1i 39 all'Albergo Spina, via Armando Diaz
il 44/46 all'abitazione (via Maccagnone) e agli uffici del capitano Maniaci (prodotti per l'armamento dei pescherecci)
il 48 al colonnello Catania, via Roma
il 53 Tilotta (sensale di vini), via Maccagnone
il 57 alla Ditta (prodotti ittici) Vito D'Alfio
il 66 Tipografia Grillo (piazza San Bartolomeo)
il72 ExtraBar di Giacomo Risalvato (dopo divenne sede dell'Unione Cacciatori, Oggi Bar Tavola calda di Susanna Lamia) 
il 77 Ditta (prodotti alimentari all'ingrosso) dei fratelli Gerlando e Totò  Burgio (patatari) e annessa rivendita di Tabacchi
il 79 alla Scuola Marittima ENEM (Ente nazionale per l'educazione marinara) via Luigi Vaccara
il 93 Al Dazio, piazza Stazione
il 108 Curia Vescovile
il 111 al Consorzio Agrario (gestito da sig. Decimo) via Nicolò Tortorici 53
il 112 Cassa di Risparmio, direttore dott. Nino Hopps (poi proprietario dell'Hopps Hotel)


Corrispondenza




Francesca Frazzitta moglie di Luigi Vaccara



Qui la signora Francesca con Nella, la maggiore delle Nuore, moglie di Nino


Altra immagine di Luigi Vaccara

Non disdegnò di cimentarsi nella politica e nel 1931 fu Commissario prefettizio; dal maggio 1932 fino al marzo 1935, fu Podestà. Ebbe cinque figli: Nino, Giovanni, Franz, Stefano e Maria, a cui dette amore e grandi attenzioni, facendo studiare i maschi nelle migliori università e Maria nel prestigioso collegio del Poggio Imperiale di Firenze. Fu un grande lavoratore e dette impulso economico alla nostra cittadina, realizzando strutture valide, alcune ancora oggi esistenti e che hanno dato lavoro e lustro alla popolazione. Oltre allo stabilimento vinicolo e i palazzi dove viveva con la sua famiglia, alcune sue creazioni furono e dei suoi figli furono: il cinema teatro Vaccara (oggi Rivoli), lo stadio comunale (realizzato dal figlio Nino, e poi a lui intitolato), la fabbrica del ghiaccio (realizzato dal figlio Stefano) e lo stabilimento conserviero al Transmazzaro (in via Luigi Vaccara). In seguito cominciò ad investire nel settore della pesca. Infatti possedeva pescherecci, tonnare e la sua attività di pesca e conservazione del pesce aveva anche una succursale a Tripoli, con il cui governatore, Italo Balbo, aveva un ottimo rapporto d'amicizia. In questo settore il suo gioiello fu la cosiddetta "Conserviera", un impianto moderno per la conservazione dei prodotti ittici, avviato intorno agli anni anni trenta nella zona del Transmazzaro con una superficie di circa 6.600 mq, completato e ampliato subito dopo l'ultima guerra mondiale. Dopo il completamento, la direzione fu affidata a Rudolph Bretschneider, un ingegnere tedesco di ottima preparazione ed efficienza. Nella sua conserviera ebbe un enorme spazio e successo lu salatu, reparto per la salagione del pesce azzurro, che rivoluzionò pregiudizi ed abitudini inveterate; moltissime donne, anche se vestite di nero, con il fazzoletto in testa e con lo scialle sulle spalle, al mattino andavano a lavorare alla Conserviera, da cui tornavano la sera. Era uno spettacolo seguire l'attività frenetica di questa industria che, come un grande alveare, accoglieva tutte le donne impegnate a fare con coscienza il loro lavoro, permettendo di mantenere la famiglia il cui padre o marito erano assenti, in quanto coinvolti negli orrori della guerra. In questa maniera, incominciò a Mazara il riscatto delle donne che, lentamente, ognuna per le proprie capacità e possibilità economiche, intraprendevano strade diverse da quelle familiari. Don Luigi morì nel 1946 e tutto quello che aveva costruito perdette nel tempo la sua funzione originaria, trasformandosi in strutture diverse; oggi nel luogo dove fiorì la Conserviera è allocata la scuola media, succursale "G.Grassa" (una succursale), che a sua volta occupò il popsto dell'ITIS, poi trasferita in c/da Affacciata. Altre strutture nel tempo vi trovarono allocazione (la Scuola marittima, la scuola per Radiotelegrafisti, il Circolo del Pescatore). (Notizie tratte dal libro Fuga dalle Grotte, di Anna Tumbiolo)

Foto di famiglia con Stefano, Franz, donna Francesca, don Luigi, Nella e Nino

*** *** 
Un'altro tassello si aggiunge al variegato mosaico della nostra storia cittadina

1946 - Corteo funebre
Corso Umberto I



Un bagno di folla accompagnò il feretro

Attraversò le vie principali

Man mano la partecipazione si accresceva

La cittadinanza intera si unì al dolore dei familiari





Una commozione sincera aleggiava tra i partecipanti

Un personaggio così, credo, da allora questa città non l'ha più avuto

La Famiglia Vaccara
1924 - I figli di Luigi
Nino (1904/1950), Giovanni (1906/1990), Franz (1909/1985), Stefano (1911/1975), Maria (1914/2001)
1930
Nino Vaccara

Stefano Vaccara 

Altra foto di Stefano

Nella e Nino

Venezia 
Nino Vaccara

Luigi Maria Vaccara
Nato a Mazara il 17/4/1937 e morto 6/6/2016 a Monaco di Baviera, figlio di Nino e nipote del capostipite.

Luigi in braccio alla mamma Nella


... e in occasione della sua Prima Comunione

Monaco di Baviera nel 1960
Luigi Maria Vaccara (il grande) con Adriano Celentano e una cantante tedesca. Luigi lavorò come interprete per il governo tedesco e per privati. Questa foto fu scattata allorché dovette fare da interprete, presso la nota Radio Bavarese, che ospitava il grande cantate in una trasmissione canora dell'epoca.
1987 a Monaco Luigi (il grande)
per il suo cinquantesimo compleanno con il nipotino Luigi junior

Altra foto dei due


15 luglio 2013

Vincenzo Raja

Mazara del Vallo 1881 - Palermo 1949
Vincenzo Raja con la moglie Margherita Ahrens nel 1912
Terzo di sette figli nasce da Orazio Raja (1850), commerciante di vini e Antonina Maria Russo (1854) "donna di casa". Non è noto il suo percorso di studi pre-universitari, ma solo la frequenza della Scuola Superiore di Agricoltura di Portici dal 1902 al 1907, presso la quale conseguì il diploma di laurea a pieni voti. Si iscrive al Partito Socialista Italiano assieme al fratello Giovan Battista, collocandosi, dapprima, nelle file dei radicali intransigenti e poi aderendo alla componente riformista che a Palermo era guidata da Alessandro Tasca e da Aurelio Drago. Nel 1910 viene eletto consigliere comunale ingaggiando un'aspra polemica col il concittadino e sindaco di Mazara, Emanuele Sansone, anch'egli socialista. Nel 1912 sposa Margherita figlia del commerciante-imprenditore ebreo tedesco Albert Ahrens e di Johanna Benjamin. Da questo matrimonio nasceranno tre figlie Franca Renata, Gigliola e Giuliana.
 
Prospetto dello stabilimento enologico "G. Raja" anni trenta. Molo Giuseppe Caito

Forte dell'esperienza maturata a Mazara al fianco del padre nel commercio del vino, dirigerà lo stabilimento del suocero in contrada San Lorenzo Colli,  non tralasciando l'attività politica a favore del cooperativismo agricolo. Si candida ripetutamente nel collegio elettorale della provincia di Palermo (Petralia). Nel 1914 viene eletto consigliere provinciale, nel 1920 assume l'incarico di vicepresidente e nel 1923 viene votato per presidente. 
(Mussolini in visita a Palermo a Villa Scalea - V. Raja è il primo a sin.) 

Nonostante le iniziali simpatie per Mussolini, non prende la tessera del PNF e dopo il delitto Matteotti e la forte condanna dell'omicidio del leader socialista, da lui espressa in Consiglio provinciale, la sua carriera politica si avvia a conclusione e si ritira avita privata per dedicarsi alla attività enologica. Nel 1931 il prefetto propone la revoca dell'onorificenza cavalleresca a lui conferita nel 1922. Il suo contributo scientifico e gl'interventi sulla stampa specializzata hanno riguardato in modo particolare tre questioni: la battaglia per la valorizzazione e la tutela del vino Marsala, nel nome e nella zona di produzione specificamente delineata; la sopravvivenza del vitigno Pignatello per la produzione dei vini da taglio; le sperimentazioni per la ricostituzione dei vigneti colpiti dalla fillossera. Nel dopoguerra tornerà ad occuparsi di politica insieme al fartello che diventerà senatore della Repubblica nel 1948. Sarà egli stesso, per l'ultima volta, candidato per il senato a quella stessa tornata delle politiche, per il partito di Giuseppe Saragat (PLSI), senza successo. E' sepolto nel cimitero acattolico di Rotoli, a pochi metri dalla tomba degli Ahrens.
(Notizie tratte dal volume "Vincenzo Raja" di Rosario Lentini, 2015)

09 maggio 2008

David John Impastato

Nato 8 Gennaio 1903 (Mazara del Vallo), è morto 28 febbraio 1986 (Pasadena, California).
Medico chirurgo, specialista in neuropsichiatra, ha aperto la strada all'uso della terapia elettroconvulsiva (ECT) negli Stati Uniti, un trattamento per la malattia mentale inizialmente chiamato elettroshock, ha sviluppato la tecnica nel 1937. Impastato è stato accreditato come il primo che ha usato e documentato il metodo rivoluzionario in Nord America, applicando la metodica nei primi mesi del 1940 ad una donna schizofrenica a New York City.
Poco dopo, lui e il collega dr. Renato Almansi hanno curato la pubblicazione del primo caso di studio di ECT in una importante rivista scientifica. Impastato ha trascorso i successivi quattro decenni, affinando la tecnica, ottenendo il riconoscimento come uno dei suoi portavoce più autorevoli. Ha insegnato, tenuto svariate conferenze e pubblicato oltre cinquanta articoli sul suo lavoro. Ha incontrato molte critiche per la sua metodologia sia da organizzazioni mediche che culturali, non convinte della bontà del trattamento, e in seguito ha affrontato altre sfide alla terapia elettroconvulsivante dal crescente sviluppo ed affermazione della psicofarmacologia. L'Associazione psichiatrica americana riconobbe, comunque, la necessità di questo trattamento per un certo numero di disturbi mentali intrattabili co altri metodi. Anche se ancora non esente da polemiche, terapia elettroconvulsivante è il trattamento di scelta per i circa 100.000 pazienti all'anno negli Stati Uniti. Ulteriori notizie le trovate su:

http://en.wikipedia.org/wiki/David_J._Impastato


parenti in visita al Cimitero

Frank Asaro (31 luglio 1927 - 10 giugno 2014)

Un figlio di mazaresi che ha dato lustro alla nostra terra
Frank era uno dei figli di Nicolò Asaro e Anna Giuffrè. Nicolò era nato a Mazara nel 1903, ed era emigrato in California, dove faceva il coltivatore di avocado nei dintorni di San Diego.

Frank Asaro (nato, a San Diego, Francesco Asaro), era uno scienziato emerito senior presso il Lawrence BerkeleyNational Laboratory associato all'università della California a Berkeley. È meglio conosciuto come il chimico che ha scoperto l'anomalia dell'iridio nello strato limite Cretaceo-Paleogene che ha portato la squadra di Luis Alvarez, Walter Alvarez, Frank Asaro e Helen Michel a proporre la teoria dell'impatto degli asteroidi, che postula che un asteroide ha colpito la Terra sessantacinque milioni di anni fa e ha causato l'estinzione di massa durante l'età dei dinosauri. Il contributo di Frank riguardava la scoperta dell'anomalia negli strati di iridio che predisse l'impatto meteoritico (che sarebbe stato identificato soltanto oltre 10 anni dopo come il cratere di Chicxulub nel Golfo del Messico) che avrebbe causato l'estinzione dei dinosauri.
Si dedicò alla chimica nucleare per studiare i reperti archeologici, fu uno dei padri dell'archeometria.
 (http://earthscience.rice.edu/wp-content/uploads/2015/11/Alvarez_K-Timpact_Science80.pdf).

Albero Genealogico



Frank Asaro (a sinistra) e David Adan-Bayewitz mostrati qui a uno spettrometro XRF, hanno usato una combinazione di fluorescenza a raggi X e analisi di attivazione neutronica per scoprire anomalie dell'argento nell'antica ceramica di Gerusalemme.
Per ulteriori notizie su Frank Asaro su Wikipedia (https://en.wikipedia.org/wiki/Frank_Asaro)

08 maggio 2008

Abele Ajello

Ho voluto inserire questo articolo dell'amico Rosario Lentini (pubblicato su Dialoghi Mediterranei),  non avendo altro materiale sull'illustre nostro concittadino, che merita a giusto titolo un posto in questa galleria. 



di Rosario Lentini

Nei mesi scorsi, la mia attenzione è stata catturata da uno dei tanti fascicoli del Gabinetto di Prefettura della provincia di Palermo, sottratti solitamente alla polvere da qualche laureando o dai frequentatori abituali dell’Archivio di Stato. Recava la seguente intestazione: “Ajello Dr. Cav. Uff. Abele. Onorificenza”. Non ho esitato a richiederne la consultazione, anche perché non mi pare si conosca molto della sua biografia, se non il fatto di essere stato il primo chirurgo italiano a compiere un intervento di sutura miocardica, nel 1906, in un paziente che aveva subito un trauma toracico. All’interno della cartella, contenente pochi documenti, rinvenivo, tra l’altro, la proposta del prefetto al ministro dell’Interno, datata 27 febbraio 1909, per il conferimento dell’onorificenza di Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia al dr. Ajello, nato a Mazara del Vallo l’8 aprile del 1859 e laureato in medicina e chirurgia presso l’Università degli Studi di Napoli il 22 agosto 1887: «Egli è uno dei più accreditati sanitari di questa città – scriveva il prefetto – riscuote la stima universale e la sua opera è apprezzata per la maniera coscienziosa e l’alto valore con cui esercita la professione. Ed il suo valore scientifico appunto gli ha procurato la libera docenza in chirurgia presso questa Università dove è stimato dai colleghi, benvoluto dalla studentesca (sic). È altresì primario chirurgo nell’Ospedale Civico e nel locale Manicomio e la sua opera validissima in vantaggio dei ricoverati fa sì che egli sia tenuto in alto conto dai direttori di quegli Enti. In occasione del disastro di Via Grande Lattarini, il dr. Ajello dié prova di virtù e di abnegazione dedicando la sua attività infaticabilmente all’assistenza dei numerosi feriti e tale sua condotta riscosse la viva lode di quanti poterono vederlo all’opera di soccorso».

Tre anni dopo, il 28 dicembre 1912, il Tenente Generale del XII Corpo d’Armata di stanza a Palermo, informava il Prefetto di voler proporre al ministro della Guerra un’onorificenza da attribuire a dieci medici – tra i quali figurava il nome di Ajello – per essersi prodigati nelle cure dei militari reduci dalla Libia.

Confesso che, se della guerra italo-turca avevo studiato qualcosa, dell’esplosione palermitana del 1907 ignoravo tutto; mi passavano per la mente solo alcune foto di macerie nel cuore del centro storico, non legate alla conoscenza delle cause del disastro.

Immagini, come quella qui riproposta, nella quale campeggiano sulle macerie le sagome di due carabinieri, posti a vigilare sul teatro di morte di una guerra ufficialmente non dichiarata ma che – come indicheranno i fatti – si stava già svolgendo nel cuore di una città apparentemente «felicissima», che si era lasciata alle spalle l’omicidio dell’ex sindaco Notarbartolo, nel 1893, con relativa disinvoltura. Quelle due macchie nere di militari dell’Arma, sulle macerie non più fumanti, pur nella loro statuarietà, sembrano persino lanciare un messaggio rassicurante di conquista di un territorio prima non controllato.

Che sarà, dunque, accaduto quel pomeriggio del 19 dicembre 1907, in una viuzza dell’antichissimo ex mercato arabo delle spezie? Forse uno dei tanti crolli di edifici fatiscenti che non fanno più notizia e che ormai (XXI secolo) i palermitani considerano ineluttabili? E quanti feriti avrà curato il medico Ajello per meritare un’onorificenza? Vero è che, oggi, per molto meno un cavalierato non si nega a nessuno, ma nell’Italiettaliberale di inizio secolo, i filtri amministrativi della selezione erano ancora relativamente funzionanti. Non rimaneva che sfogliare la stampa dell’epoca per saperne un po’ di più e per scoprire la gravità dell’accaduto e le differenze di “sostanza” giornalistica tra L’Ora,di proprietà dei Florio, di impronta liberal-conservatrice e filo-sicilianista; il Giornale di Sicilia della famiglia Ardizzone, su posizioni più progressiste, e il settimanale socialistaLa Battaglia.

Poco dopo le 17 di quel pomeriggio prenatalizio si verificava “L’immane catastrofe”, (così titolava L’Ora il giorno seguente), provocata dall’esplosione di un deposito di polveri piriche e da sparo all’interno dell’armeria del signor Francesco Ajello, (nessuna parentela con il nostro maestro della chirurgia), che sarebbe deceduto un’ora dopo presso l’ospedale della Concezione. Le vittime, però, non furono soltanto quelle molto prossime all’armeria; la tragica contabilità, infatti, cui si pervenne dopo i giorni necessari a rimuovere tutte le macerie, registrò 62 morti e circa 80 feriti. Difficile pensare che proiettili e petardi potessero aver provocato un’onda d’urto tanto violenta da far crollare edifici e averne danneggiati altri nel raggio di alcune centinaia di metri. Secondo il regolamento di Pubblica Sicurezza, nella bottega non avrebbero dovuto trovarsi più di 25 chili di polveri; in realtà, ce ne saranno stati almeno 1.000, tant’è che dopo le prime dichiarazioni delle autorità, improntate a cautela, e il depistaggio di improbabili testimoni oculari che avrebbero visto, pochi istanti prima della deflagrazione, l’armiere Ajello trascinare fuori dalla bottega una cassa che aveva preso fuoco, gli indizi e i primi accertamenti conducevano in tutt’altra direzione. Le esplosioni, in rapida sequenza, sarebbero state due: la prima, in una sorta di laboratorio segreto al piano rialzato, dove l’armiere confezionava cartucce di dinamite per i numerosi bombaroli che si dedicavano alla “pesca” facile, nelle borgate di Isola delle Femmine, Capaci e Sferracavallo. Non a caso, tra le vittime fu identificato anche Gaetano Faja, di anni 33, residente nel quartiere della Kalsa, già noto come figura di intermediazione tra l’armiere e i pescatori di frodo. La seconda deflagrazione, al piano terreno dell’armeria, sarebbe stata provocata dalla prima, con la conseguenza che l’onda d’urto e le fiamme si propagarono alle abitazioni antistanti la bottega. Ma la violenza dell’esplosione danneggiò più o meno gravemente anche gli altri edifici e, in particolare le tre modeste locande Concordia, S. Rosalia e Corleone, situate nell’isolato tra via Calascibetta e via Grande Lattarini, dove alloggiavano decine di emigranti provenienti da diversi paesi dell’Isola, in attesa di imbarcarsi “per l’America” e dove, invece, alcune decine di essi conclusero il loro viaggio sepolti tra le macerie.

Dalle colonne del settimanale socialista si lanciarono accuse durissime al prefetto De Seta, che non aveva tenuto conto delle segnalazioni che il periodico aveva pubblicato nei mesi precedenti, riguardo ai frequenti incidenti verificatisi in città per ragioni simili, ma che sino a quel momento non avevano causato così tante vittime. Già dalla seconda metà dell’800, infatti, la pesca con la dinamite era diventata – e non solo in Sicilia – un’attività sempre più praticata, tanto che il Governo, nel 1877, aveva cominciato a porre divieti legislativi e relative sanzioni pecuniarie, nel vano tentativo di arginare il fenomeno. Nelle borgate marinare di Palermo, però, questa pseudo-pesca aveva assunto caratteristiche criminali in quanto effettuata non da singoli soggetti privi di coordinamento tra loro, bensì in forma associativa e spesso con la compiacenza prezzolata dell’appaltatore per la riscossione del dazio sul pescato e delle guardie daziarie comunali che consentivano l’immissione, nel grande mercato del capoluogo, di prodotto “dinamitato” venduto per fresco. Il capitano del Compartimento marittimo di Palermo aveva ben compreso la pericolosità di quella struttura organizzativa e non esitava a manifestare i suoi timori al prefetto, con lettera del 2 febbraio 1897: «Non è solamente di pesca che si tratta; non solamente è urgente di provvedere alla tutela della riproduzione della specie, ma s’impone la considerazione dell’ordine pubblico. Dieci o dodici facinorosi, violenti, appartenenti alla cosiddetta mafia (la sottolineatura è nell’originale della lettera) s’impongono a molte centinaia di pescatori laboriosi e onesti».

Se queste erano le premesse ottocentesche, non sorprende che dieci anni dopo la produzione e la vendita clandestina di cartucce con dinamite, fossero cresciute in misura esponenziale e che armieri più o meno spregiudicati e incoscienti avessero trasformato le loro botteghe in laboratori.

A lettura conclusa dei periodici, si rimane, però, colpiti anche da un altro aspetto della vicenda e cioè dalla velocità di rimozione dell’evento, sia dalle pagine dei quotidiani, nelle settimane successive, sia dalla storia cittadina nei decenni che seguirono, nonostante la gravità dell’accaduto. Si ha l’impressione, infatti, che l’episodio sia stato gradualmente metabolizzato, come accadeva con gli incidenti sul lavoro, quasi si fosse trattato di una sciagura in miniera, di quelle che spesso la cronaca riportava, con il consueto e tragico bilancio di decine di zolfatari vittime delle esplosioni di gas “grisou”. D’altronde, di cosa potevano morire un armiere spericolato e un trafficante di cartucce per bombaroli, se non del loro rischio “professionale”! Se non ci fosse stato lo spiacevole effetto collaterale dell’elevato numero di morti, la notizia sarebbe sparita dalla cronaca cittadina dopo tre giorni.

Anche in questo caso, la rimozione della tragedia rassicurava l’opinione pubblica che, semmai, poteva continuare ad essere aggiornata sulla raccolta di fondi per le famiglie danneggiate. Passava ancora una volta in secondo piano, il fatto che un’attività produttiva – quale la piccola pesca costiera, di cui vivevano centinaia di famiglie – fosse ormai succube della prepotenza mafiosa dei bombaroli di Sferracavallo e di Capaci, cioè di uno dei tanti nuclei criminali organizzati e territorialmente strutturati, come quelli che da lì a poco il questore Ermanno Sangiorgi avrebbe censito, contrada per contrada e quartiere per quartiere.

Chissà quanti feriti da “cartucce” avrà curato il professor Abele Ajello, nella sua lunga esperienza chirurgica palermitana. Il dato in sé non avrebbe grande rilevanza sul piano dei meriti professionali e, infatti, nella lapide marmorea inaugurale, collocata il 9 febbraio 1969 alle pareti dell’ospedale mazarese, allorché gli si è intestata la struttura sanitaria, si legge: “aprì la via alla chirurgia del cuore”. Perciò, per continuare a onorare la sua memoria e per il bene della collettività mazarese, bisognerebbe evitare che la chiusura del nosocomio – per lavori di adeguamento, da febbraio 2011 – trasformi la strada da lui aperta in un vicolo terribilmente cieco.

07 maggio 2008

Ludovico La Grutta

27/01/1990 - 14/02/1949
Diciottenne partecipa alla prima guerra mondiale. Nel 1923 si laurea con lode in Medicina e chirurgia all'Università di Palermo. Assistente universitario nel 1925, aiuto nel 1927, Libero docente nel 1928. Dal 1940 insegna Scienza dell'Ortogenesi nell'Università di Palermo, dal 1945 insegnò Patologia Generale all'Università di Cagliari come professore incaricato, nel 1948 ritorna a Palermo e nel 1949 vince il concorso di professore di Patologia generale con sede a Palermo. Muore improvvisamente dopo pochi giorni. Sposa Ignazia Polizzi, del notaio Alberto, nata a Mazara l'8/5/908. Ha tre figli Giuseppe, Alberto e Vittorio

06 maggio 2008

Giuseppe Alberto e Vittorio La Grutta

1927/2000
Giuseppe
Nacque a Mazara del Vallo il 24 febbraio 1927. Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1950. fu nominato Assistente Ordinario presso l'Istituto di Fisiologia Umana di Palermo (diretto da Vittorio Zagami) nel 1951. Nell'estate del 1951 frequentò la Stazione Zoologica di Napoli dove svolse delle ricerche sul contenuto in fosforo acido solubile delle uova di riccio di mare, ricerche che furono oggetto di pubblicazione. Dal 1959 al 1965 svolse l'insegnamento di Fisiologia Generale presso la Facoltà di Scienze dell'Università di Palermo. Nel 1962 diviene Ordinario di Fisiologia Umana. La produzione scientifica del prof. La Grutta è attestata da numerosissime pubblicazioni scientifiche sia in campo nazionale che internazionale. Nel 1972 viene eletto Rettore dell'Ateneo di Palermo, compito che fu assolto con assoluto rigore, professionalità ed ineguagliabile dedizione. Per 12 anni ricoprì l'ambita carica, promuovendo la realizzazione di opere importanti, dotando la nostra università di strutture che ancora oggi ne sono il fiore all'occhiello. Alla sua memoria è stato intitolato lo spiazzo antistante l'ingresso principale della cittadella universitaria, in viale delle Scienze. Vi è stata collocata una lapide commemorativa grazie alla collaborazione del Comune e della Fondazione del Banco di Sicilia: Una persona che ha dato moltissimo all'università di Palermo e alla città tutta - è stato detto dal prof. Gianni Puglisi -. Ha creduto fermamente in due valori, nell'onestà e nella libertà, facendoli diventare valori educazionali. Questo lo si traduce nella qualità della vita che si offre oggi ai giovani. Viale delle Scienze è stato uno dei risultati di questo lavoro. Credo che si meritasse questo e forse qualcosa di più.
Università di Palermo
Il Ministro Giovanni Spadolini all’Università: si riconoscono anche il prof. Benigno ed il magnifico rettore prof. Giuseppe La Grutta



20/10/1982 




S.S. Giovanni Paolo II - Giuseppe La Grutta
Per chi interessato, vi pubblico il link del discorso di Sua Santità in quella occasione,
http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/speeches/1982/november/documents/hf_jp-ii_spe_19821120_docenti-universita_it.html


1984 - Aula Magna della Facoltà d'Ingegneria
Viene conferita, a nome del Senato Accademico, dal rettore al presidente della Repubblica Sandro Pertini la laurea honoris causa in Pedagogia: "Per la prospettiva pedagogica dei suoi comportamenti, per la valenza educativa della sua continua presenza nelle istituzioni democratiche. Un insegnamento che viene dall'essersi battuto tutta la vita per la libertà e la giustizia sociale". Nella stessa seduta venne conferita anche e al card. Salvatore Pappalardo, la lauea in Lettere: per l'impegno da entrambi profuso nella lotta contro i poteri occulti e alla mafia




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8/7/1928 - 10/11/2011 

Alberto

Maestro di Pediatria, uomo di grande profilo culturale ed umanistico, trasmise ai suoi allievi sapere, rigore, impegno e passione per i piccoli malatiOrdinario di Pediatria, direttore della Clinica Pediatrica all'interno dell'Ospedale per Bambini. Più di ogni altro ha vissuto all’interno dell’Ospedale dei Bambini, essendo stato assunto quando era ancora studente in medicina in qualità di tecnico, a seguito della prematura scomparsa del padre professore di Patologia Generale. Ha diretto la Clinica Pediatrica e la scuola di specializzazione in Pediatria dal 1971 al 2003. Sposa Sara Pulejo, medico pediatra, primario della divisione di pediatria dell'Ospedale "Casa del Sole". Ha due figlie Stefania (medico) e Renata (architetto, presso Sovrintendenza ai Beni Culturali). 


Stefania La Grutta, Primo Ricercatore IBIM-CNR
Ha seguito le orme paterne. Responsabile del Gruppo di Ricerca di Allergologia e Pneumologia Pediatrica afferente al Modulo ME.P01.014 "Epidemiologia delle Broncopneumopatie e di altre Malattie Croniche non comunicabili" del Dipartimento di BioMedicina del Consiglio Nazionale delle Ricerche.

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18/7/1935
Vittorio 
Si laurea in Medicina e Chirurgia a Palermo nel 1959. Matura la sua formazione scientifica nel laboratorio di Neurofisiologia dell'Università di Bruxelles che ha frequentato nel 1962 come borsista del C.N.R. e dal 63 al 64 come assistente ordinario. Professore ordinario di fisiologia Umana dal 1975 e dal 2002, direttore dell'Istituto di Fisiologia dove ha creato e dorige un laboratorio d'avanguardia per le ricerche di Neurofisiologia. Autore di 260 lavori scientifici. E' uno dei maggiori esperti sulla "genesi e la diffusione dell'epilessia". Sposa Caterina Dolce (nata a Palermo il 15/5/1938) professoressadi Lettere nella S.M.S. Ha due figli: Sabina (5/4/1968) psicologa e Ludovico (7/7/1978) Medico specialista Radiologo.