08 febbraio 2009

La Chiatta

Nei vari periodi



Pino La Fata (pullover a strisce), Baldassare Asaro, Flora Lojacono Bucca (con i libri), Ingargiola Di Maria e il fratello (biondo)


Riconosco: Casale, Giovanni Modica (vigile urbano), Giacalone (vigile urbano), Giovanni Asaro (Scaminaci), Marco Tumbiolo (la morte)


E' stata per anni regina indiscussa del fiume Mazaro. Da attendibili fonti orali ho appreso che venne costruita nella seconda metà dell'ottocento. Essa serviva per collegare le due sponde del fiume ed è stata per molti anni per gli abitanti del rione Transmazzaro, quelli di addrabbanna la chiatta, un ponte mobile di grande utilità che consentiva di bypassare gli altri lunghi percorsi alternativi. Realizzata con lo stesso legno usato per le imbarcazioni, al suo interno aveva delle camere d'aria che ne consentivano un sicuro galleggiamento e una spedita navigazione. Essendo sprovvista di un motore, per la traversata, era necessario tirare una robusta fune le cui estremità erano fissate a due strutture collocate ad hoc e stabilmente fissate a terra nelle due sponde. Sulla fiancata anteriore e posteriore erano collocati due grossi copertoni che consentivano d'attutire l'urto nella fase d'attracco. Nel tempo diversi sono stati i suoi proprietari. Il primo di cui si ha notizia fu Nino Mangiaracina (1890). Nel 1908 l'acquistò Ciccio "tornabene" al secolo Francesco Seidita, che la cedette ad Antonino Piazza, il quale trasferì poi la proprietà al figlio Giuseppe. Da questi la rilevò Vito Catalano. In seguito fu venduta a Michele Bua, d'origine marsalese. Per la traversata bisognava pagare un modesto pedaggio (la prima tariffa nota fu di due soldi). Mi è stato raccontato un aneddoto, a tal riguardo,; durante la Grandi Manovre del 1936, giunse in visita ufficiale nella nostra città, il Re d'Italia, il quale durante l'ispezione al porto canale, vedendo la zattera, volle attraversare il fiume. Vedendo pagare come un comune viaggiatore, ebbe dal conducente la seguente risposta: "Maestà, lassati iri, ni passanu tanti macabunni...". Ricordo, essendo stato un giornaliero fruitore della chiatta, alcuni capitomboli compiuti da persone ritardatarie che, mentre la zattera prendeva il largo, in un estremo tentativo di non perdere la corsa, tentavano di battere il record di salto in lungo, finivano in acqua e finivano per fare un bagno non previsto. Nel periodo nel quale si pagava il pedaggio il passeggero non era obbligato a tirare la fune, ma a volte per l'eccessivo numero di trasportati o per le avverse condizioni atmosferiche il gestore era costretto a chiedere la collaborazione. Uno degli ultimi che si occupò della zattera fu, Vitu la morti al secolo Vito Tumbiolo, così chiamato allo scoppio di una bomba, rimanendo mutilato di un braccio. Con lui il traghettamento divenne gratuito e per il suo sostentamento chiedeva, ai marinai delle piccole imbarcazioni, un contributo in natura, rappresentato da una modesta quantità di pesce, che spesso rivendeva. Durante le ore diurne il traffico era generalmente continuo , mentre durante quelle notturne, bisognava essere fortunati e trovare la zattera ormeggiata nella sponda giusta, altrimenti o si aspettava a lungo o spesso bisognava desistere e prendere la strada per il ponte. A volte dato che il porto canale dava riparo alle imbarcazioni, si verificava che qualche peschereccio in transito, dovendo attraversare ed essendo la chiatta d'ostacolo, costringeva i passeggeri a buttare a mare la fune che veniva poi ripescata con un bastone con un gancio, dopo il passaggio della barca. Una volta ricordo che, essendo un giovane medico del Pronto Soccorso dell'ospedale Abele Ajello, mi capitò di assistere, quasi contemporaneamente, trentadue bambini che erano finiti in acqua. Accadde che, mentre traghettavano, un'imbarcazione, la "Graziella Manciaracina" , al ritorno d'una battuta di pesca, a causa di un guasto all'apparato frenante, entrò a tutta velocità (oltre dieci nodi) nel canale urtando anche sui lati altri natanti procurando loro seri danni, infine speronò con inaudita violenza la chiatta creando un pandemonio.

Alcune delle piccole vittime del tragico incidente del 30 aprile 1971 tratte dal Giornale di Sicilia dell'epoca

Tutto finì fortunatamente senza conseguenze, poiché, con il tempestivo intervento degli adulti presenti nella piazza del Mercato del pesce, s'impedì che si consumasse una tragedia. Di tanto in tanto, a causa di danni da usura o per danneggiamenti dovuti al maltempo o al marrobbio (1930), la chiatta veniva tirata a riva, nei cantieri navali, per le riparazioni del caso ed allora un personaggio caratteristico lu 'zu Petru Ciarantonio, alias Pietro Giacalone, si trasformava in novello Caronte e pensava lui a traghettare le persone con la sua variopinta barchetta. Negli anni settanta, col diffondersi dei mezzi di locomozione, la zattera perse molto della sua importanza e fu utilizzata sempre meno. L'ultima volta che che rimase ferma per riparazioni, fu abbandonata e fatta ingenerosamente marcire.

Il motopesca  Graziella Mangiaracina dopo l'impatto con la chiatta






Folla di curiosi sulla sponda di piazzetta dello Scalo




Piazzetta dello scalo
Folla accorsa a vedere la chiatta affondata

Particolare della folla
Tra la folla: Bartolomeo Lanza, Ignazio Giacalone (lu grecu, lu catanisi)


Ecco l'aspetto della Chiatta dopo lo speronamento

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