08 febbraio 2007

La Chiatta

Sarebbe stato ingeneroso, in questa vetrina di beni perduti, non occuparsi della chiatta, il più pittoresco mezzo di locomozione della nostra città. Non si conosce esattamente la data della sua costruzione, nè il suo primo proprietario.

Nei vari periodi - Primi del Novecento

Anni Sessanta

Pino La Fata (pullover a strisce), Baldassare Asaro, Flora Lojacono Bucca (con i libri), Ingargiola Di Maria e il fratello (biondo)

Riconosco: Casale, Giovanni Modica (vigile urbano), Giacalone (vigile urbano), Giovanni Asaro (Scaminaci), Marco Tumbiolo (la morte)



... quando il porto canale pullulava di vita marinara

E' stata per anni regina indiscussa del fiume Mazaro. Da attendibili fonti orali ho appreso che vennecostruita nella seconda metà dell'ottocento. Essa serviva per collegare le due sponde del fiume ed è stata per molti anni per gli abitanti del rione Transmazzaro, quelli di addrabbanna la chiatta, un ponte mobile di grande utilità che consentiva di bypassare gli altri lunghi percorsi alternativi. Realizzata con lo stesso legno usato per le imbarcazioni, al suo interno aveva delle camere d'aria che ne consentivano un sicuro galleggiamento e una spedita navigazione. Essendo sprovvista di un motore, per la traversata, era necessario tirare una robusta fune le cui estremità erano fissate a due strutture collocate ad hoc e stabilmente fissate a terra nelle due sponde. Sulla fiancata anteriore e posteriore erano collocati due grossi copertoni che consentivano d'attutire l'urto nella fase d'attracco. Nel tempo diversi sono stati i suoi proprietari. Il primo di cui si ha notizia fu Nino Mangiaracina (1890). Nel 1908 l'acquistò Ciccio "tornabene" al secolo Francesco Seidita, che la cedette ad Antonino Piazza, nativo di Balestrate, ma proveniente da Alcamo, che acquistò un edificio al Tranmazzaro e la chiatta. Egli trasferì poi la proprietà al figlio Giuseppe. Da questi la rilevò Vito Catalano. In seguito fu venduta a Michele Bua, d'origine marsalese. Quest'ultimo la cedette a Vito Tumbiolo. Per la traversata bisognava pagare un modesto pedaggio (la prima tariffa nota fu di due soldi). Mi è stato raccontato un aneddoto, a tal riguardo; durante la Grandi Manovre del 1936, giunse in visita ufficiale nella nostra città, il Re d'Italia, il quale durante l'ispezione al porto canale, vedendo la zattera, volle attraversare il fiume.
(il re transita in auto in piazza Mokarta)
Vedendo pagare come un comune viaggiatore, ebbe dal conducente la seguente risposta: "Maestà, lassati iri, ni passanu tanti macabunni...". Ricordo, essendo stato un giornaliero fruitore della chiatta, alcuni capitomboli compiuti da persone ritardatarie che, mentre la zattera prendeva il largo, in un estremo tentativo di non perdere la corsa, tentavano di battere il record di salto in lungo, finivano in acqua e finivano per fare un bagno non previsto. Nel periodo nel quale si pagava il pedaggio il passeggero non era obbligato a tirare la fune, ma a volte per l'eccessivo numero di trasportati o per le avverse condizioni atmosferiche il gestore era costretto a chiedere la collaborazione. Uno degli ultimi che si occupò della zattera fu, Vitu la morti al secolo Vito Tumbiolo, così chiamato allo scoppio di una bomba, rimanendo mutilato di un braccio. Con lui il traghettamento divenne gratuito e per il suo sostentamento chiedeva, ai marinai delle piccole imbarcazioni, un contributo in natura, rappresentato da una modesta quantità di pesce, che spesso rivendeva. Durante le ore diurne il traffico era generalmente continuo , mentre durante quelle notturne, bisognava essere fortunati e trovare la zattera ormeggiata nella sponda giusta, altrimenti o si aspettava a lungo o spesso bisognava desistere e prendere la strada per il ponte. A volte dato che il porto canale dava riparo alle imbarcazioni, si verificava che qualche peschereccio in transito, dovendo attraversare ed essendo la chiatta d'ostacolo, costringeva i passeggeri a buttare a mare la fune che veniva poi ripescata con un bastone con un gancio, dopo il passaggio della barca. Una volta ricordo che, essendo un giovane medico del Pronto Soccorso dell'ospedale Abele Ajello, mi capitò di assistere, quasi contemporaneamente, trentadue bambini che erano finiti in acqua. Accadde che, mentre traghettavano, un'imbarcazione, la "Graziella Manciaracina", al ritorno d'una battuta di pesca, a causa di un guasto all'apparato frenante, entrò a tutta velocità (oltre dieci nodi) nel canale urtando anche sui lati altri natanti procurando loro seri danni, infine speronò con inaudita violenza la chiatta creando un pandemonio.

Alcune delle piccole vittime del tragico incidente del 30 aprile 1971, alle ore 8,00 tratte dal Giornale di Sicilia dell'epoca

Tutto finì fortunatamente senza conseguenze, poiché, con il tempestivo intervento degli adulti presenti nella piazza del Mercato del pesce, s'impedì che si consumasse una tragedia. Di tanto in tanto, a causa di danni da usura o per danneggiamenti dovuti al maltempo o al marrobbio (1930), la chiatta veniva tirata a riva, nei cantieri navali, per le riparazioni del caso ed allora un personaggio caratteristico lu 'zu Petru Ciarantonio, alias Pietro Giacalone, si trasformava in novello Caronte e pensava lui a traghettare le persone con la sua variopinta barchetta. Negli anni settanta, col diffondersi dei mezzi di locomozione, la zattera perse molto della sua importanza e fu utilizzata sempre meno. L'ultima volta che che rimase ferma per riparazioni, fu abbandonata e fatta ingenerosamente marcire.

Il motopesca  Graziella Mangiaracina dopo l'impatto con la chiatta






Folla di curiosi sulla sponda di piazzetta dello Scalo




Piazzetta dello scalo
Folla accorsa a vedere la chiatta affondata

Particolare della folla
Tra la folla: Bartolomeo Lanza, Ignazio Giacalone (lu grecu, lu catanisi)


Ecco l'aspetto della Chiatta dopo lo speronamento



Il ponte sul fiume Mazzaro

28 ottobre 1928 - Anno VII
Il cav. Ferranti durante la cerimonia d'inaugurazione taglia il nastro. 
Si distinguono il vescovo mons. Nicolò Maria Audino, alla sua destra il vicario generale don Giuseppe Accardi ed il progettista ing. Francesco Pisciotta, di Castelvetrano. La gara d'appalto per la costruzione del ponte fu vinta dalla ditta Anonima Cementi Armati, dell'ing. Assereto di Genova. La struttura consentì un notevole miglioramento del transito e del collegamento della vecchia città con il nuovo quartiere del Tranmazzaro, che si andava espandendo a macchia d'olio. Consentì anche i collegamenti con la nuova e bella (allora!) spiaggia di Tonnarella. A questa struttura, allora uno dei simboli della città, si legano tanti ricordi di generazioni diverse di mazaresi. Fu realizzata con criteri moderni (per l'epoca) e soprattutto con molta serietà professionale, rispettando il capitolato d'appalto fin nei minimi particolari. Un tempo le cose si progettavano per durare, il consumismo sfrenato e le varie tendenze speculative erano ancora in itinere. Le due arcate pur essendo solidali tra di loro non lo erano con la possente base e le loro estremità si adagiavano su delle superfici d'appoggio convesse consentendo alle arcate stesse di oscillare, durante le continue variazioni di temperatura, senza creare problema alcuno. Nella metà degli anni sessanta fu deciso, assurdamente, di demolirlo, ritenendolo erroneamente insicuro. Le possenti arcate (che potevano benissimo essere restaurate) mostravano superficiali lesioni, create da infiltrazioni d'acqua che avevano fatto ossidare qualche barra di ferro della sua struttura in cemento armato, e di tanto in tanto cadeva qualche pezzetto di cemento, staccatosi, sull'asfalto, per il resto era immacolato. I tecnici incaricati della perizia e della conseguente cervellotica decisione, fecero una magra figura, infatti, le loro previsioni si rivelarono inesatte e ci vollero molti più soldi del previsto per la sua demolizione che per la realizzazione dell'attuale misera struttura, già instabile e cedevole. Il caro vecchio "pachiderma" non ne voleva sapere di abdicare e vendette cara la sua pelle. Noi abbiamo assistito impotenti ed increduli al suo lento calvario e una indescrivibile rabbia ci pervadeva, non avremmo voluto veder soccombere un vecchio e sicuro “amico”, per molti di noi è stata una vera ed ingiusta esecuzione. Quando furono rimosse con immane fatica, anche per la modestia dei mezzi meccanici di allora, le ultime macerie, per noi furono giorni di tristezza e di rimpianto. La perversa logica demolitiva e non conservativa (come sarebbe stato opportuno) che ha guidato i poco lungimiranti amministratori della nostra città commise l'ennesimo scempio impunito e cominciò ad intravedersi l'incubo della speculazione politica, finalizzata a interessi personali e non collettivi. Tangentopoli era in embrione! 


Anni Trenta
Fotocopia di un'immagine del Ponte in costruzione

1933
Il ponte sul fiume Mazzaro fu realizzato grazie all'interessamento dell'on. Nicolò Tortorici, eletto nelle liste del Partito Socialista Riformista Italiano nella XXIV Legislatura (1913/1919). Egli, assunto l'incarico di sottosegretario di Stato per la Marina, ne propose la costruzione. A lui è stata dedicata una via cittadina. Altri inellettuali cittadini sostennero politicamente tra i quali il prof. Nino Sammartano, che rivestiva prestigiosi incarichi nel Ministero della Pubblica Istruzione.

Un'opera imponente, un tipico esempio dell'edilizia del ventennio fascita.

Anni Quaranta


Anni cinquanta - Come si transitava per andare al Transmazaro


Quando la città era ancora a misura d'uomo

Anni Sessanta


prima della demolizione

Interruzione del transito per la demolizione
Inizia il Calvario...

1965
Per consentire la continuità del passaggio, prima della sua definitiva demolizione, il Genio militare collocò, due ponti removibili permettendo i due sensi di marcia. Questo è quello che consentiva l'arrivo al rione Transmazzaro, l'altro più a valle ne facilitava l'uscita

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