12 novembre 2008

Usi e costumi del popolo mazarese

Le immagini sottostanti sono una testimonianza degli gli usi e dei costumi e di come essi si sono modificati nel corso degli anni

Uno spaccato delle vecchie tradizioni dei nostri nonni che avevano vissuto il triste periodo bellico e il non felice post bellico, dove risparmiare era l'imperativo categorico per le disastrate finanze dell'epoca, e nulla andava sprecato. 
U conza piatti e lemmi 
Artigiano che lavorava in bottega ma si recava, anche, per le strade dei paesi per le riparazioni








Questi piatti dei prima anni del Novecento, sono da lei gelosamente conservati, a ricordo di quei tempi e per non dimenticare

Bernardo Prinzivalli
Questo signore nei primi anni del novecento nella nostra comunità svolgeva l'attività di riparatore di ceramiche

Aggiungo questa foto perchè il 28/2/2017 il figlio Michele ha voluto fare omaggio alla città dell'antico trapano a mano utilizzato dal genitore, per conservarlo nelle vetrine del Comune in attesa, ci auguriamo, che venga realizzato un apposito Museo per le attività artigianali


Il signor Michele Prinzivalli consegna al sindaco il prezioso attrezzo paterno 

Anni trenta - Baglio Elefante
Vi ricordate questo meraviglioso collaboratore

1942 - Contrada San Nicola

Masseria
Le masserie erano delle grandi aziende agricole abitate, spesso, anche dai proprietari terrieri, ma la grande costruzione rurale comprendeva pure gli alloggi dei contadini, in certe zone anche solo stagionali, le stalle, i depositi per foraggi e i raccolti.

1/7/1935 - Contrada "Turca" - Trebbiatura
La trebbiatura utilizzando le moderne attrezzature degli anni Trenta
La raccolta del grano avveniva in due fasi distinte: la mietitura (raccolta del cereale maturo) e la trebbiatura (separazione del cereale da paglia e pula).
La mietitura veniva eseguita con la falce manuale munita di un apposito supporto che stendeva le spighe a terra. Successivamente le donne procedevano alla legatura tramite l'uso di spighe creando dei piccoli fasci. Una prima meccanizzazione si è avuta con la nascita della falciatrice tipo Laverda, trainata da animali bovini. Il taglio del grano avveniva per mezzo di una barra falciante, ma non si occupava di legare i fasci di spighe.


1936 - Nelle terre di Antonino Casciola
Quando da noi si coltivava il grano

La Vendemmia


1937 - Il mezzo di locomozione di quegli anni nelle campagne
Pasquale Villani (possidente terriero)

Lu sciallu, (lo scialle, dal francese scialle)
Capo di origine araba 

Le donne con lo scialle nero sono uno dei più vividi ricordi della mia infanzia. Lo portavano quasi tutte, dopo una certa età. Di forma triangolare, con frange di varia lunghezza era un capo molto pratico. La donna in qualsiasi momento dovesse uscire, in un attimo, qualunque abbigliamento avesse sotto, copriva tutto, avvolgendosi lu sciallu ed era pronta, qualcuno lo chiamava "cummogghia miseri". Quasi sempre di colore nero (in alcun casi, in tempi più recenti veniva sostituito da un plaid scozzese colorato). La qualità naturalmente variava secondo le condizioni economiche della donna che lo indossava, ma la tinta rimaneva rigorosamente nera, di panno pesante d’inverno, leggero d’estate. Vi era anche una versione in raso o in seta, con ricami e disegni raffinati, per le grandi occasioni. 

Sciallinu (piccolo scialle)
Il cui nome deriva da scialle, era invece un capo di lana, fatto a mano (ad uncinetto o con appositi ferri) dalle nostre nonne, che copriva le spalle nei rigidi inverni, multi colore (tranne in periodi di luttu, in quel caso era tipicamente nero). Era di varie dimensioni e di varie forme (ciò dipendeva dall'abilità di chi lo realizzava)

Anni Quaranta 
Cortile interno - Quando le lavatrici non erano "elettriche"
Questa foto è un vero capolavoro che nasce da un'istantanea di un grande fotografo il prof. Francesco Catania. Racconta uno spaccato di vita quotidiana dei nostri nonni. Bisogna leggerla nei minimi particolari, non si può perdere nulla dell'intera immagine
La foto è stata scattata dalla finestra dell'abitazione di C.so Armano Diaz 31 o 33, ultima abitazione del fotografo prof.Francesco Catania.Nella via Francesco Paolo Perez n,4 c'è un cancello che fa intravedere un cortile che è quello della foto

Osservatorio territoriale
Uno dei tanti usi delle persiane: il telecontrollo

Vincenzo Lombardo
... quando si andava in bici, senza distinzione di sesso

Anni Cinquanta
Come ci si vestiva in quegli anni
Giovan Battista Quinci (senior), Michele Manno e signora, Ciccillo Manno e signora
(Commercianti napoletani di prodotti ittici, ospiti dei "Battistedda" Imprenditori della pesca)


Il gelataio ambulante

Vi ricordate quando i vecchietti si sedevano tranquillamente davanti alle proprie abitazioni?
Anna Maria Lungaro da piccola con i suoi bisnonni

Allargare la Lana
Vi ricordate quando le nostre mamme, nel periodo estivo, provvedevano ad allargare la lana dei cuscini e dei materassi di allora e la stendevano al sole per asciugarla e sterilizzarla?
Carmela Ingargiola, Giovanna Gancitano (emigrata), ?, Giovanna Marino, Grazia Bulone

Lavori a mano con la lana
Preparativi: dalla matassa al gomitolo

l'Arte del Sarcire
... quando le donne dei pescatori riparavano o realizzavano le reti 

... quando l'Igiene era un optional...
... e il pesce si pesava su queste bilance (che pesavano come piaceva al commerciante), o con la



Stadera

... quando le penna era uno Status symbol
Antonino D'Annibale

Le sedie impagliate


Largo Madhia - Ex "Cortigliazzo"
Quando l'acqua in molte case non arrivava

L'Uovo di Pasqua
Anna Sardo, Liliana Cusimano
... quando, dalle nostre parti, l'uovo pasquale era diventato uno status symbol. Negli ambienti marinari, in particolare, si faceva a gara a chi lo acquistava più grosso. Chi non poteva comprava una "polisa" (un biglietto) presso uno dei tanti bar che ne sorteggiavano uno, nella speranza di poterlo vincere. L'apertura e la scoperta della sorpresa, che immancabilmente era all'interno, era un rito cui partecipava tutta la famiglia e vi ricordate i pianti dei bambini per chi doveva averla!


Questa non mancava sui letti o sui comò delle nostre nonne In questa foto addirittura un'immagine della bambola davanti ad uno dei primi apparecchi televisivi per ostentare l'ingravescente benessere economico

... e il giorno dei morti
Frutta marturana (Martorana)


... e 'u pupu di zuccaru

1955 - Anna Giacalone (miccu)
Siamo nell'era pre televisione (le prime prove di trasmissione furono nel 1954, ma il segnale su tutto il territorio nazionale arrivò nel 1956), la radio era allora uno status symbol. Apparendo con un giornale in mano si dimostrava disinvoltura e soprattutto di saper leggere (allora l'analfabetismo era alto). La presenza della bambola, un'ulteriore prova di disponibilità economica.

La sig.ra Asaro
Radio Grammofono e Bar (notare il fiocco rosso, contro l'invidia. La superstizione, purtroppo, resiste nel tempo). Le marche più in auge Allocchio Bacchini, Grunding, Mivar


Pino Giacalone, ?, Leda Giarratano
Vi ricordate quei vasi portafiori e i fiori che si lasciavano nel cellopahane
(notate anche quel tipo di pavimento, molto diffuso negli anni 50/60)



Non poteva mancare la classica foto in studio delle mascherine per Carnevale
Filippo Manciaracina, Salvatore Chiofalo, Vito Asaro

Lu corredu espostu
Una delle tante consuetudini del popolo mazarese era (ed è, in alcuni ambienti) quella di esporre alla visione di parenti ed amici la dote che la giovane promessa sposa apportava al matrimonio. Le motivazioni, di questa antica usanza, erano da ricercarsi nel fatto che la donna, allora, difficilmente produceva reddito, e quindi per non fare gravare, durante il matrimonio, sulle spalle del solo marito l'acquisto di panni e indumenti necessari per la famiglia, contribuiva in questo modo creando una sorta di compensazione. I vari e diversi capi del corredo erano, un tempo, lavorati a mano con ricami e merletti, a volte vere opere d’arte realizzate da brave ricamatrici, oggi quasi tutto è realizzato con metodi industriali. Alle visitatrici la ragazza o la madre illustrava e descriveva la composizione del corredo, la quantità dei capi e la ricchezza dei vari ricami. L'esposizione durava anche una settimana: dal lunedì al sabato.
Nel sabato pomeriggio, presenti le madri dei promessi sposi, si procedeva all’apprezzamento del corredo. Vi erano delle donne, alquanto anziane ed esperte, le quali erano deputate a dare il giusto valore ai capi del corredo. Le serate erano allietate da musica e balli. Si distribuiva lu scacciu (calia e simenza), in certe serate taralli e tetù, e l'ultima sera era consuetudine consumare la pizza (rianata). In epoca recente vennero, in alternativa, introdotti i "tre pezzi" (arancini, patè e pizzetta).

Gli invitati
Masino Mannone, Melchiorre, Festeggiante, Alberto Bernardi, Pino Rubino, Pina Sardo, Giovanni Serra, ?, Franca Verde, Enza Serra, Rosanna Dado, Anna Pia Sardo, Franca Montallegro, Lina Lentini, Peppe Sammartano, Vittorio Salvo, ?, Sina Montallegro, ?, Vittorio Rallo (Ramunnu), Nicola Bianco, Maria Antonietta Sammartano, Michele Bua, Piero Lentini


7 commenti:

Andrea Asaro ha detto...

Erano i tempi di quando, non tutti, avevano l'acqua in casa. Io bambino mi ricordo quando hanno passato le tubature dell'acqua in Via E. e G. Mattana. Quella fontana la ricordo benissimo perchè io andavo all'oratorio a S. Francesco con padre Graffagnino ed il mio catechista era Saro D'Alfo.

Autore ha detto...

Io ho fatto il Chierichietto con don Baldassare Graffagnino

Andrea Asaro ha detto...

Anch'io ho fatto il chierichetto a San Nicolò e qualche volta ho servito messa anche a lui. Certo che quando parlava arruzzuliava le parole ma era simpaticissimo.

Angelo Ditta ha detto...

Io con padre Graffagnino ci litigavo spesso. Non volevo fare il chierichetto.

Graziella Iemmola ha detto...

Questa fontana non è tra i miei ricordi... Ce n'era (e forse c'è) un'altra nella stradina che da piazzetta Bagno porta a San Nicola, in corrispondenza di la vaneddra di li corna... mia nonna abitava in via Paolo Ferro e io, bambina, attraversavo credo proprio la suddetta vaneddra e andavo a riempire d'acqua una bummuliddra.....

Giovanni D'Alfio ha detto...

Io, quando mi sono trasferito in via Della Barca (Pilazza) l'acqua la riempivo proprio sotto il balcone della camera di letto dei miei genitori. La fontanella si trovava nello "slargo" fra la via Della Barca e la Via Pilazza - in direzione Via Bambino. (La Via Pilazza "nasce" dalla Via Bagno. La Via Della Barca, invece, "nasce" dalla Via Abate Calia nello "slargo" che si determina nella stessa Via Abate Calia che, da Piazza Regina "gira" verso Via Pescatori.

Gaspare Paladino ha detto...

Regali dai MORTI di famiglia. Era una festa impiotante. La tradizione voleva che tra i regali e i dolciumi trovati la mattina del 1° Novembre più o meno palesemente nascosti ci fosse per i maschietti "LU PUPU DI ZZUCCARU" raffigurante generalmente un guerriero dell'epopea cavalleresca siciliana oppure in tempo di guerra un fante o un bersagliere. Mentre per le bambine c'era la inevitabile "PUPA BALLERINA. Il vassoio che si usava per contenere il regalo comprendeva anche noci, castagne e mele cotogne nonchè "li puma di Napoli" la cui estinzione è oggi una vera e propria iattura perché allora i piccoli destinatari riuscivano a trovare il nascondiglio del regalo seguendo con l'olfatto l'intenso profumo di quel frutto oggi soppiantato da altre varietà più redditizie per gli agricoltori e quindi estinto. I piccoli destinatari dei regali amavano molto uscire di casa la mattina presto, dopo aver trovato il pacco regalo (di solito confezionato in un vassoio) per andare a confrontarsi con i bambini delle famiglie vicine, orgogliosi perché, anche se non era vero, erano convinti che il loro regalo era il più bello di tutti. La tradizione voleva però che se il piccolo destinatario dei regali era un bimbo che già andava a scuola fossero acclusi nel vassoio i nuovi libri di scuola con un regalino se i voti presi a scuola erano buoni o con pezzi di carbone se erano cattivi. Per anni ho avuto un problema. Fino all'età di 18 anni nella mia generazione diretta (compresi gli affini ) non c'era un morto. Quindi il giorno successivo quando tutti i bambini andavano al cimitero per curare il ricordo dei defunti di famiglia e ringraziarli per i regali, io non avevo nessuno. Potrà sembrare assurdo ma per me era una forte invidia vedere molti miei amichetti che mi mostravano le tombe dei propri parenti. Mi sentivo defraudato dell'obbligo piacevole di mettere un fiore sotto una lapide ed allora mia madre mi portava a vedere la lapide del Papà e del fratello di una carissima amica, per me seconda mamma, pescatori entrambi naufragati proprio quando erano già vicino al porto. Ahimè oggi quando vado a Mazara ho anch'io i miei morti. Ma vado sempre a mettere un fiore anche alla tomba della cara amica Maria Pecoraro figlia e sorella di quei due che mi consentivano di trovarmi uguale a tutti i miei amichetti nella mia fanciullezza.