22 giugno 2009

San Vito Martire

Si festeggia il 15 giugno - (sec. III -IV)

Secondo la tradizione S.Vito sarebbe nato a Mazara del Vallo da Hila di nobile stirpe ma non cristiano, e da Bianca, virtuosa matrona devota a Cristo, intorno all'anno 286. Ancora in fasce perdette la mamma, e venne affidato alla nutrice Crescenzia.


Si dice che quando al dodicesimo giorno dalla nascita, il padre Hila volle attaccare al collo del bambino la bulla, cioè una medaglia con l'effigie degli dei Penati (protettori) della casa, l'infante si mise a strillare e si strappò dal collo quell'amuleto pagano buttandolo via.
Accettò invece una crocetta che Crescenzia gli aveva messo al collo di nascosto del padre, come pure accolse di buon grado gli insegnamenti Cristiani impartitigli dalla nutrice.
Quando Vito fu un po' cresciuto, suo padre gli diede come precettore Modesto, uomo saggio e dotto di Mazara, affinché lo istruisse nelle lettere e nelle scienze: ma anche questo pedagogo era cristiano. Durante un'assenza del patrizio Hila, molti del suo palazzo si convertirono e ricevettero il battesimo da Modesto: primo fra tutti fu il giovanetto Vito. Si narra che a questi, appena battezzato, sia apparso il suo Angelo custode che gli consegnò una croce, come presagio del suo martirio: attributo che accompagnerà sempre le raffigurazioni del Santo.
Il 23 febbraio del 303 fu emanato, dall'imperatore Diocleziano, l'editto di persecuzione contro i cristiani e, mentre dalla dimora gentilizia si divulgava la nuova religione, giunse a Mazara il funesto decreto imperiale. Di ritorno Hila, venutone a conoscenza, non trascurò nessun mezzo, ne castighi severi, ne minacce, per spaventare il figlio ed indurlo a rinnegare la religione abbracciata in sua assenza, ma nulla valse a smuovere la fede incrollabile dell'adolescente. Allora il crudele genitore, visto inutile ogni tentativo, consegnò il figlio al prefetto della Sicilia Valeriano affinché questi, con la sua autorità, riportasse Vito al culto degli dei dell'impero.
Egli ordinò che il giovane venisse sottoposto alla flagellazione, ma ad un tratto, mentre i carnefici aizzati da Valeriano, infierivano contro quelle membra innocenti, ecco che le loro braccia si paralizzarono e soltanto per le preghiere di Vito, ritornarono a muovere gli arti. Solo allora il crudele tiranno rimandò il Santo alla casa paterna. Tuttavia un angelo del Signore apparve in sonno a S. Vito e lo invitò a fuggire di casa con i suoi educatori e a rifugiarsi, nottetempo, su di una barca ormeggiata sul lido per divino favore. Guidati dall'Angelo in sembianze di nocchiero, navigarono verso Capo Egitarso, oggi Capo S. Vito, dove si rifugiarono in un bosco ed iniziarono il loro apostolato evangelizzando pastori e contadini, nonché compiendo i miracoli di guarire chi veniva morsicato dai cani rabbiosi. Poi i tre santi passarono a Regalbuto, a Sortino, a Vizzini, in Calabria e in Lucania presso il fiume Sele e la loro fama taumaturgica si sparse ben presto cosicché vennero ritrovati dai soldati dell'imperatore che li portarono a Roma.
Nella città eterna S. Vito guarì nientemeno che la figlia dell'imperatore Diocleziano, il quale gliel'avrebbe anche data in sposa ricolmandolo di onori, a patto però che abiurasse la fede cristiana.
Vista vana ogni lusinga, l'imperatore ordinò che i tre santi venissero immersi in una caldaia di pece bollente e piombo liquefatto: ma da questo martirio uscirono indenni. Furono allora condotti nell'anfiteatro e dati in pasto ai cani idrofobi ed ai leoni, che si ammansirono stendendosi ai piedi di Vito. L'imperatore, sommamente adirato perché la folla degli spettatori cominciava a agitarsi, comandò di porre i tre confessori della fede su di un rogo, affinché consumassero il loro martirio: era il 15 giugno dell'anno 304.I resti dei tre Santi vennero poi raccolti di nascosto da una nobildonna: Fiorenza principessa di Salerno.
Ella fu salvata da una tempesta sul fiume Sele. Mentre era per annegare le apparve, per volontà di Dio, S.Vito che la liberò dal pericolo. La Principessa, grata del miracolo ricevuto, fece voto a S.Vito e ai suoi Compagni di custodire i loro corpi. Ella si impegnò a trasferire i loro corpi per un degna e onorifica sepoltura in un luogo detto "Locus Marianus" allocato in Puglia, in conformità al desiderio del Santo. La principessa gli domandò, durante un sogno, dove fosse tale luogo e S.Vito rispose: "Presso il Castrum Polymnianense un volta distrutto dall'esercito di Giulio Cesare".
Donna Fiorenza, quindi, acquistò alcuni poderi che donò ai Frati Benedettini che allora stavano in quel luogo perché custodissero le spoglie del Santo. Quel luogo è dove ora sorge l'Abazia di S.Vito in territorio di Polignano a Mare (antico Castrum Polymnianense).


Statua di San Vito, nella chiesa di San Michele a Mazara del Vallo



"Santu Vitu di Mazara
cu lu vrazzu 'nnarripara
e lu populu devotu
Diu nni scanza di terremotu
e lu populu dilettu
Diu nni scanzi d'ogni 'nfettu!
Vi priamu cu cori piu
Diu nni scanzi d'ogni castiu,
tutti a vui facemu festa
Diu nni scanzi d'ogni timpesta"


Le spoglie del Santo si trovano a Praga, nella cattedrale a lui dedicata
(ho scattato le  foto durante una gita)


Interno



La tomba di San Vito



Piazza della Repubblica
Pregevole statua, voluta dal vescovo Michele Sclavo (1766-71). Opera del palermitano Ignazio Marabitti (1771). L'epigrafe dice: Divo Vito, civi et patrono, benificentissimo - Michele Sclavo - Mazar - Pontificex. Sull'altro lato: Hic est, qui multum orat - pro populo - et universa civitate

Monumento posto sulla foce del fiume Mazaro, opera di Giuseppe Pennino (discepolo del Marabitti), voluta dal vescovo di Valdina, Ugone Papè (1772/91). Testimonia la fede e la devozione del popolo verso il concittadino che dal cielo vigila, prega ed assicura protezione certa. Quattro distici, posti ai quattro lati del piedistallo così recitano: Nella parte prospiciente la città:

Dive Mari, Terraeque praees, dominaris utrisque. Sint procul hinc fluctus, fit procul inde tremor.
(Protettore del mare e custode della terra, che domini su entrambi,
stiano da qui lontani i flutti e stia da qui lontana la paura)

Nel lato destro, in prospettiva del mare, si inneggia al santo come liberatore delle armate nemiche e delle insidie di satana:
Si fera bella premunt Patriam, Cruce perde Phalanges
Et satanae turbas tu Cruce, Dive, fuga. 
(Se le guerre crudeli opprimono la patria, tu con la Croce disperdi le falangi
e con la Croce, o Taumaturgo, metti in fuga le schiere di satana)

Nel lato sinistro si inneggia al Santo, come liberatore della fame:
Si male suada fames siculas grassatur in Urbes:
Tu Joseph Patriae, dive, alimenta dabis
(Se la fame, cattiva consigliera, avanza verso le sicule città
Tu, come Giuseppe, o protettore, ci darai pane)

Nel dietro della statua si inneggia al Santo, come liberatore della peste:
Si pestis coelum minitatur, Dive, flagella:
Hoc procul a Patria tu quoque pelle malum
(Se il cielo ci minaccia col flagello della peste, o protettore,
tieni lontano da qui anche questo malanno).

Dentro la città è sita, inoltre, la chiesa di San Vito in urbe, detta, successivamente, chiesa di Santa Teresa. Una pia tradizione ritiene la chiesa costruita dove fu l’antica abitazione di San Vito. Una lapide ne tramanda la memoria: “Hanc habui, nec linquo domum; vos plaudite cives: sum patriae, custos, gloria, vita, decus”. La chiesa fu fondata dalla confraternita di San Vito, il sodalizio che annoverava tra i soci della confratria buona parte della nobiltà mazarese. Questa confraternita, istituita il 25.03.1588 con propri capitoli, fu approvata dal vescovo Luciano de Rubeis (1589-1602) e vide riformate le sue costituzioni l’8.06.1778 dal vescovo Ugone Papé di Valdina (1772-1791). La confraternita assicurava il culto del Santo dentro la città e si faceva obbligo di incentivare sempre più nel clero e nel laicato nuove forme di culto e di religione a livello pubblico e privato.

Pochi sanno che questa statua posta sulla facciata della chiesa è opera giovanile di Pietro Consagra. Gli fu commissionata nel 1938 dall'allora rettore, don Gaspare Morello, durante i lavori di ristrutturazione, quando l'artista aveva 18 anni. Io la proteggerei dall'incuria del tempo (dato che si tratta di materiale tufaceo) o ne farei una copia e collocherei nel Museo Diocesano l'originale.

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